23 novembre 1980, ore 19.34. Ricordare per non dimenticare.

L’articolo di oggi sarà un fuori programma per una giusta causa. Infatti domenica prossima ricorrerà il trentaquattresimo anniversario del catastrofico terremoto dell’Irpinia. Quindi mi è sembrato doveroso parlare quest’oggi di quel tragico episodio che ha lasciato dei segni profondi in terra irpina.

Una scossa di terremoto durata 90 secondi sconvolse l’Irpinia alle 19.34 del 23 novembre 1980: 2.914 i morti, 9.000 i feriti, 280.000 gli sfollati, 99 i Comuni devastati, 18 quelli rasi al suolo. Per un minuto e mezzo le scosse travolsero case, scuole, ospedali, interi borghi dell’Irpinia e delle province di Napoli, Salerno e Potenza. Centinaia di paesi semidistrutti, migliaia di morti e feriti, uno Stato tardo a capire e lento nella reazione. La generosità dei volontari fece da contrappunto allo scandalo politico.

prima pagina de Il Mattino del 24 novembre 1980

Dopo più di 30 anni ricordiamo le vittime e guardiamo le ferite non ancora rimarginate. I Comuni più colpiti furono quelli dell’Alta Irpinia, l’epicentro del terremoto che comprendeva Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, San Mango sul Calore, Conza della Campania, Castelnuovo di Conza, Calabritto, Bisaccia, Lacedonia, solo per elencarne alcuni.

Sono trascorsi 34 anni da quel drammatico pomeriggio di domenica 23 novembre 1980: 34 anni di sofferenze e malaffare, appalti e container, clientelismo e una ricostruzione mai terminata. Ecco perché da queste parti il sisma è una ferita ancora aperta. I morti, la distruzione e interi paesi rasi al suolo, quasi scomparsi alla cartina geografica. Impossibile dimenticare, anche se sono trascorsi più di tre decenni. Fu tutta l’Italia, all’epoca, a farsi trovare impreparata all’evento: non esisteva una Protezione Civile, né tantomeno qualcuno in grado di coordinare  i soccorsi. Decine di Paesi dell’Alta Irpinia e delle vicine province di Potenza e Salerno rimasero isolate per settimane.

Lioni - Chiesa Madre
Lioni – Chiesa Madre

L’Italia è da sempre un paese esposto a frane e terremoti e le cronache di questi ultimi giorni di maltempo lo evidenziano in maniera ancora più forte. Quello dell’Irpinia fu uno dei più tragici. Il primo ad arrivare sul luogo della tragedia fu, il lunedì pomeriggio, il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che, stanco e disperato, inseguito dalle grida, dai pianti e dalle implorazioni dei sopravvissuti, non poté e non seppe dare risposta ai terremotati. Il Presidente, tornato a Roma sconvolto, decise di lanciare un messaggio al Paese. Lo fece senza essersi consultato con nessuno, la sera di giovedì 27 novembre, parlando alla televisione, dove pronunciò  parole di vergogna, che rappresentano ancora oggi un pezzo di storia d’Italia. Così come la prima pagina del giorno dopo del quotidiano “Il Mattino“, con quel “Fate Presto” che rappresentava meglio di tutto il grido di dolore e la richiesta d’aiuto che arrivava dalle zone terremotate. Zone che ancora oggi, più di trent’anni dopo, risultano difficilmente raggiungibili a causa della mancanza di strade e collegamenti. Figurarsi in quegli anni e in quei terribili giorni immediatamente successivi al sisma.

Gli aiuti arrivarono disordinatamente e in ritardo, mentre i superstiti, lamentandosi, finivano di morire tra le macerie. Ci furono anche dei miracoli: quindici bambini, sepolti per tre giorni sotto le macerie, vennero salvati a Senerchia, piccolo paese dell’Alta Irpinia, quasi completamente distrutto dal terremoto. E dovunque, come sempre in questi casi, si ebbero esempi di straordinaria generosità e di vergognoso sciacallaggio. Si mossero per primi, da Roma, Firenze, Bologna, colonne di volontari che tuttavia, per mancanza di mezzi e per la pessima condizione delle strade, non sempre riuscivano a raggiungere in tempo le zone terremotate. Il disordine era drammatico, le autorità locali sembravano impotenti. I sopravvissuti chiedevano aiuto, viveri, medicinali, coperte, mentre i feriti continuavano a morire.

Conza della Campania
Conza della Campania

Un evento che ha sconvolto la geografia così come la memoria delle persone, lasciando tracce indelebili, praticamente dovunque. Dallo scandalo dei finanziamenti per la ricostruzione, arrivata a costare circa 20 volte di più dell’importo previsto, a quel senso di vergogna che prova ogni irpino quando, per colpa della politica, si parla con disprezzo di quel drammatico evento. Un terremoto che andrebbe ricordato per l’incredibile numero di vittime, ferite e sfollati, ed invece viene irrimediabilmente associato a sprechi di fondi pubblici, malaffare e politica clientelare.

Basta fare una passeggiata per la città di  Avellino, che dell’Irpinia è il capoluogo,  per capire come siano state fallimentari sia l’opera di ricostruzione di questi anni che l’attività dei politici locali, di allora e di oggi, che poi, forse a pensarci bene, sono sempre gli stessi. Persino Corso Vittorio Emanuele, che di Avellino è il salotto buono, rimesso a nuovo, mostra chiaramente tutte le sue ferite ancora aperte, tra palazzi ancora da ricostruire e scempi edilizi che sono sotto gli occhi di tutti.

Per non parlare dell’Alta Irpinia, dove si trovano i comuni maggiormente colpiti da quel tragico terremoto: Andretta, Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Bisaccia, Conza della Campania. Qui, al confine con la Basilicata e con l’alto Salernitano, forse ci sono ancora famiglie che vivono nei container. Le baraccopoli della vergogna. Ed invece città e comuni distanti centinaia di chilometri dell’epicentro, e chiaramente fuori dalla cosiddetta area del cratere, sono state velocemente ricostruite, pur non avendo riportato danni. Magari solo qualche lesione, mentre in Alta Irpinia e nella provincia di Potenza interi paesi erano crollati al suolo. Ed è così che addirittura sono arrivati finanziamenti nella provincia nord di Napoli, sono state costruite ville plurifamiliari persino sul mare da o per persone che l’Irpinia non sapevano neanche dove fosse. Napoli e la sua provincia sono state immeritatamente sommerse da miliardi di vecchie lire e gli scempi di quegli anni sono chiaramente visibili anche oggi. Ci sono addirittura napoletani che sentono loro questo terremoto: la maggior parte di loro l’ha visto solo in tv. E l’Irpinia, ancora oggi, ne paga le conseguenze.

Ma domenica sarà nuovamente il 23 novembre, sarà di nuovo domenica e sarà ancora il giorno del ricordo: probabilmente, come accade puntualmente da 30 e più anni a questa parte, ci saranno cerimonie di commemorazione, molti sindaci indosseranno la tradizionale fascia tricolore, qualche consigliere giungerà da Napoli, qualche onorevole arriverà probabilmente persino  da  Roma, magari con il benestare di colui che “supervisionerà” il tutto dal suo feudo arroccato a Nusco, di cui da qualche mese è anche incredibilmente sindaco, eletto, tra l’altro, a furor di popolo. Senza il minimo pudore. Senza la necessità di dover chiedere scusa ad una terra prima distrutta da una calamità naturale, poi violentata per decenni da questi stessi signori.

A tante persone che leggeranno queste parole potrà sembrare scontato che oggi parlassi di questo evento, invece ho ritenuto di farlo perché penso sia doveroso ricordare per non dimenticare: l’Irpinia e gli Irpini non possono e non devono dimenticare!

Nell’invitarvi a visionare questo brevissimo, ma significativo filmato, dove Claudio Speranza, operatore Rai, racconta la tragica esperienza di quell’evento, vi rinnovo l’appuntamento alla prossima settimana.

L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI