Aurelio de Laurentiis, la solita gaffe: noi non siamo napoletani!

Ci tengo a precisare che non ho personalmente nulla contro Napoli, città che mi piace davvero molto, nè contro i napoletani. Però, ed è un dato di fatto, gli altri abitanti della regione hanno una propria identità, delle radici culturali e geopolitiche diverse. Ma veniamo alla notizia.

La settimana scorsa il presidente di una società calcistica campana, noto per la sua lieve tendenza alla gaffe, ha visitato gli studenti dell’Università di Fisciano, frequentata, oltre che dal sottoscritto, da numerosi altri autori che firmano gli articoli di questo portale. Come sapete, l’Università di studi di Salerno, situata al confine con la provincia di Avellino, raccoglie molti giovani provenienti da entrambe le province (valga la mia esperienza da pendolare a testimonianza) oltre che dal beneventano. In particolare, poiché Avellino non ha una sede universitaria, i ragazzi che non risultano come fuori sede, che sono la maggioranza, sono costretti a dividersi tra le tre università della regione. Vista l’offerta e la vicinanza, un gruppo consistente di essi si sporge appena oltre confine nella provincia salernitana.

Ma cosa c’entra questo col suddetto presidente e, soprattutto, col calcio e col tifo? C’entra, perché come detto la sua tendenza (in buona fede, per carità) alla gaffe non l’ha salvato in questa occasione accademica. Aurelio De Laurentiis ha dichiarato infatti di voler “compattare la Campania e voler portare il senso di appartenenza del Napoli”.

Calcio: Champions League, Napoli-Borussia DortmundCome potete immaginare i salernitani l’hanno presa maluccio. Tant’è vero che la società ha proposto addirittura una riduzione del biglietto per i distinti agli studenti di Fisciano, giusto per fare un esempio. Ci sono rimasto un po’ male invece nel vedere che questa notizia ad Avellino non ha avuto nessun risalto nemmeno tra gli studenti. È vero, l’Università risulta stanziata a Salerno, ma di fatto gli studenti avellinesi non sono pochi.

Che il tifo, soprattutto quello “di provincia” (definizione banale e orripilante), sia una questione identitaria è un dato di fatto. Non per nulla gli stadi portano i nomi di santi protettori, montagne, principi, tranne quelli in cui l’attaccamento territoriale è meno sentito, che si esprimono in autoreferenzialità stucchevoli (come “Juventus stadium”) o, peggio, prendono il nome dallo sponsor, idolo perfetto della rovina del calcio moderno.

E il simbolo della nostra squadra, il lupo, nulla ha a che vedere con ciucci o cavallucci: non è un animale come gli altri. Il popolo irpino deve il suo nome proprio a lui, che in lingua osca era chiamato “hirpus”, animale guida dei giovani che millenni fa nel rito del “ver sacrum” emigrarono , allontanandosi dalla nativa tribù osca, per fondare la tribù irpina, seguendo appunto un lupo.

La Curva sud inoltre, a ribadire il legame col territorio, tempo fa fece una coreografia con la torre dell’orologio, simbolo della città, proprio giocando contro la squadra che poi sarebbe stata acquistata dal sopracitato presidente. Perciò, lasciando stare chi non riesce proprio a soffrire per una maglia e preferisce la serie A e l’Europa alla passione e al sudore, ogni tifoso del calcio “sentito” avrebbe dovuto rispondere al presidente che noi studenti allo stadio ci andiamo, e ci sentiamo attaccati alla nostra identità territoriale, alla nostra maglia. Solo che non è la maglia azzurra del Napoli.

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