Atripalda (Avellino), Città in Irpinia con una Storia Antica

Dopo Montefredane, il giro d’Italia ha attraversato il territorio di Atripalda, comune di circa 12.000 abitanti, insignito del titolo di città con regio decreto del 18 luglio 1867. Fu fondata, secondo ipotesi fantasiose di antichi scrittori, da Sabatio, pronipote di Noè, il quale dette il nome di Sabathia al primo insediamento umano che trovò vita lungo la vasta fascia di terra bagnata, ieri come oggi, dal corso fluviale del fiume Sabato, così denominato proprio in omaggio al discendente di Noè.

I luoghi dove intorno all’anno mille sarebbe nato il primo nucleo di Atripalda avevano ospitato  Abellinum, un insediamento sannita, poi colonia romana sorta per volontà di Silla nell’82 a.C., poco dopo le riforme agrarie promosse dai Gracchi. La comunità di Abellinum era prevalentemente formata da milites lassi – trapiantati da Silla tra le mura di Civita – i quali ripopolarono questo lembo di terra irpina dopo aver allontanato da essa i primi abitanti, cioè i Sabatini che vengono considerati i grandi antenati degli atripaldesi. Civita fu anche il rifugio di ex legionari dell’imperatore Augusto che, come racconta Plinio, sostenne l’annessione di Abellinum all’Apulia. In epoca successiva – tra il 220 ed il 230 d.C. – giunsero nell’antica città di Silla i veterani dell’imperatore Alessandro Severo provenienti dall’Asia Minore. In questo vorticoso avvicendamento di popoli e di tradizioni, non tutta la primitiva gente sabatina abbandonò la terra di origine: molti indigeni, nel corso dei decenni, furono inesorabilmente assorbiti dagli Abellinati dai quali appresero la lingua latina e con i quali conobbero momenti di splendore e di grandezza. Crisi economiche (III e IV secolo d.C), violenti terremoti (346 d.C.), disastrose eruzioni vulcaniche (476 d.C.), invasioni di territori nel corso della guerra tra Bizantini e Goti (535-555 d.C.) e la penetrazione sull’intero territorio della Penisola dei Longobardi a partire dalla Pasqua del 568 spinsero fuori dalla mura di Abellinum la colonia romana che si trasferì laddove oggi sorge Avellino. Civita si spense dopo secoli di vita intensamente vissuti come testimoniano le scoperte archeologiche – resti di sepolcreto, di anfiteatro, di edifici termali, di strade – che si sono susseguite nel tempo nonostante che il cemento – croce e delizia dell’urbanistica moderna – abbia tentato di archiviare per sempre l’antichità nella lunga notte dell’oblio. Nel corso dei secoli successivi, Atripalda ha comunque conosciuto il dominio di Longobardi, Svevi, Angioini, Aragonesi, Francesi, Spagnoli, Saraceni e Greci.

sito archeologico di Abellinum
Sito archeologico di Abellinum

Dopo la morte di Civita, mentre sulla sponda sinistra del “Sabato” l’Abellinum sillana si era ormai fisicamente esaurita, sulla sponda opposta un re longobardo, Troppualdo, riusciva ad ottenere il riconoscimento di autonomia per la popolazione sparsa nella zona, distaccandola amministrativamente dalla vicina Avellino longobarda. Era l’atto di nascita di Atripalda. Troppualdo (da cui deriva anche il nome dell’odierna Atripalda), nel corso del secolo XI, edificò la sua fortezza in cima ad un’altura che sovrasta la cittadina irpina.

Nell’epoca feudale (siamo qui nel 1502), la città della riva del “Sabato” divenne dominio della regina Giovanna, nipote del re spagnolo Ferdinando il Cattolico. A distanza di dieci anni, il 13 settembre 1512, l’antica terra dei Sabatini fu ceduta per 25.000 ducati a don Alfonso Castriota, primo marchese di Atripalda dal 1513, discendente di Giorgio Castriota Scanderbeg, famoso eroe albanese nella guerra contro i turchi. Nel 1559, il “feudo Tripalda” passò nelle mani del nobile finanziere genovese Giacomo Pallavicini Basadonna che l’acquistò per 60.200 ducati.  Il governo del finanziere genovese servì a rafforzare l’innata vocazione al commercio degli abitanti della zona, i quali, già prima della venuta del Basadonna in Irpinia, coltivavano con successo l’arte del mercanteggiare” lungo le sponde del fiume “Sabato”. Infine, la cittadina irpina con i Caracciolo visse un periodo di grande splendore, dal 1564 fino al 1806, epoca in cui venne abolita la feudalità. I Caracciolo, con una programmazione “rivoluzionaria”, seppero incentivare le risorse dell’intera valle bagnata dal “Sabato”. Le filande, l’industria del ferro, la lavorazione del rame, della carta e della lana concorsero ad assicurare agli Atripaldesi un elevato tenore di vita – superiore a quello del vicino Capoluogo – tanto che in quel periodo non furono censiti “cittadini poveri” tra la popolazione. Notevole impulso venne assicurato al mondo della cultura che conobbe, grazie al mecenatismo dei Caracciolo, l’Accademia degli Incerti.

chiesa s. ippolisto
Chiesa di S. Ippolito

Merita una visita ad Atripalda la Chiesa di Sant’Ippolisto Martire, importante edificio religioso di epoca tardo-paleocristiana (Fine XII secolo, circa nel 1174 i primi documenti), fu elevato a collegiata nel 1598, ma l’aspetto attuale architettonico è ottocentesco, essendo stata la chiesa restaurata nel 1852. Interessante è il tabernacolo, posto nella cappella del Santissimo, e l’altare in stile barocco, alle cui spalle, sopra, c’è il “Martirio di Sant’Ippolisto”.  Abbiamo poi la Chiesa di San Nicola, situata nella via principale della città, è stata ricostruita soltanto da pochi anni (fu danneggiata dal terremoto del 1980), ed è in stile moderno. Oltre ad essere una chiesa consacrata, è ormai divenuta centro di convegni, di concerti, di vari eventi di tipo culturale.

Dogana dei grani
Dogana dei grani

Da vedere anche la Dogana dei Grani: nel XIV secolo, quando fu costruita la Regia strada delle Puglie, fu un po’ l’edificio che favorì lo sviluppo commerciale della città. In particolare, fu ben sfruttato il commercio del grano, grazie anche ai vari decreti approvati dai Caracciolo in materia di fisco e diritto. La dogana sovrasta la piazza principale della città del Sabato. Due suoi particolari sono: l’orologio, con lancette metalliche, sormontato da due campane che ogni quarto d’ora scandiscono il tempo e lo stemma di Atripalda sull’entrata. Attualmente, quest’edificio funge da Museo Contenitore Archeologico, oltre ad essere sala per convegni, concerti di musica classica, sede di varie attività culturali. Palazzo Caracciolo, costruito vicino al Castello Truppoaldo, è stato edificato nel 1564. Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, fu la residenza della famiglia Caracciolo. Ha uno stile tardo-rinascimentale, è a pianta rettangolare e si sviluppa su due piani. Il secondo piano presenta ampie balconate. Un vasto parco, arricchito di piante rare, fontane e giochi d’acqua, impreziosisce sia il retro che il prospetto principale del palazzo. Il 30 aprile del 1912 è stato dichiarato monumento nazionale.

Sito archeologico di notevole importanza è sicuramente Abellinum, un’antica città romana, assoggettata dall’impero dopo la sconfitta caudina e dopo la Guerra civile tra Mario e Silla, che fu vinta da Silla contrariamente allo schieramento irpino. È attualmente sede di un Parco Archeologico dove si può ammirare soprattutto la Domus romana, di proprietà di Silla. Da Abellinum è nata prima Avellino e poi il successivo feudo Tripalda, che diverrà Atripalda più tardi. Da qui è cominciata l’evangelizzazione del territorio irpino dopo la fine delle persecuzioni. Le notizie dei Vescovi avellinesi ripresero però soltanto dopo il 1000 e la diocesi fu poi unita a quella di Frigento sotto il nome di Diocesi di Avellino. Il Monumento ai caduti è una statua bronzea dedicata al milite ignoto, sorretta da una base rettangolare in pietra, che sovrasta piazza Umberto I. Sotto di essa è presente una fontana ornamentale. Fu inaugurato il 13 giugno 1927 e andò a sostituire la vecchia fontana circolare di pietra, la quale, frazionata, per un certo periodo, costituirà due fontane circolari davanti alla Dogana. Il gruppo statuario presenta due soldati: il primo regge una pistola puntata verso l’orizzonte; l’altro, agonizzante, è abbracciato dal primo (che, evidentemente, punta la pistola verso il nemico che ha ferito il secondo).

Monumento ai caduti
Monumento ai caduti

Una tradizione antichissima ma non religiosa di Atripalda, che si ripete ogni anno la sera precedente la festa patronale (cioè la sera dell’8 febbraio) è il Falò di San Sabino. Viene inaugurato e acceso il falò principale in piazza, ma ogni quartiere ha diritto, se vuole, al suo piccolo falò. Tradizionalmente, vengono arrostite alla brace, quando il falò comincia a spegnersi, vari cibi come salsicce e carne. Poi, ogni anno, in occasione del Venerdì Santo, si tiene la tradizionale Via Crucis (il cui titolo reale è la frase pronunciata da Gesù sulla croce “Elì, Elì, Lemà Sabachtanì”, Dio mio, dio mio, perché mi hai abbandonato), spettacolo ovviamente basato sulla condanna e sulla morte di Gesù, ma non riconosciuto religiosamente, organizzato dall’Associazione Pro Loco Atripaldese. Negli anni passati, la scena della condanna si svolgeva sul grande sagrato della Chiesa madre, mentre negli ultimi anni questa azione si programma sempre sugli antichi scavi di Abellinum, che rendono quasi più reale l’evento (essendo Gesù morto in epoca romana imperiale). Il luogo del Calvario, il Gòlgota, è rappresentato dalla zona antistante il Convento di San Pasquale: qui, come prevede la storia, avviene la crocifissione e la morte di Gesù. I dialoghi vengono tratti dal testo “Quid est veritas” del magistrato Matteo Claudio Zarrella.

Atripalda vanta anche una bellissima biblioteca comunale che nasce ufficialmente nel 1974, con la legge 49 della regione Campania per l’istruzione, dopo essere stata luogo “annesso” alla Biblioteca di Montevergine (a partire dal 1963). Possiede 25.000 documenti e libri (di cui 5.000 per ragazzi) con un archivio giornalistico che contiene periodici dal 1830. L’Archivio Storico del comune, dal 1790 ad oggi, è conservato in questo luogo. In parte dell’edificio, sito nella Villa Comunale, è stata costruita una mediateca. Infine, la biblioteca possiede una sala conferenze e una sala studio, oltre a vari tavoli disposti nel grande atrio principale. Molti fondi hanno migliorato l’archivio culturale di questa biblioteca, tra cui: il “Fondo Capozzi” con vari pezzi storici originari e pergamene del 1200; il “Fondo Aquino” con volumi d’arte in lingua inglese; il “Fondo Barbarito” con volumi sulla storia della Chiesa.

Lasciamo Atripalda per ritrovarci giovedì prossimo a San Michele di Serino, sempre procedendo lungo il percorso disegnato in Irpinia dal Giro d’Italia 2015 e transitato domenica 17 maggio.

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA:
L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI