Avellino-Modena, prima in casa: Bentornato vecchio alleato

Sabato non era una partita come le altre, non doveva esserlo. Non perché l’Avellino fosse costretto a vincere per riprendersi dalla batosta della prima, o perché con una serie di trasferte come quella di quest’anno (ora Cagliari, Bari, poi Livorno) ci fosse il bisogno di fare più punti possibili tra le mura amiche. Quella di sabato era la prima partita in casa di campionato con lo storico logo US Avellino 1912 dal 2009. È vero, c’è stata la Coppa Italia, c’è stata la prima di campionato (trasferta seguitissima, tra l’altro), ma per assistere all’effetto che un evento così importante avrebbe prodotto bisognava aspettare il 12 settembre. Purtroppo in base a quanto dichiarato dal vicepresidente Gubitosa, l’affluenza è stata deludente. In effetti dalla Sud (piena) si notavano fin troppo i gradoni verdi delle tribune, nonostante fosse una piacevolissima giornata da passare allo stadio.
Ma non è dell’affluenza che voglio parlare, sebbene l’argomento (il ritorno del logo) si leghi al problema delle presenze, in quanto potevamo aspettarci indubbiamente più sostenitori, soprattutto tra i nostalgici che avevano smesso di seguire le sorti dell’AS Avellino.
Tutti ricordano, purtroppo, i tristi momenti in cui, tre anni prima del centenario, la società dell’US Avellino 1912 fallì, tutto ciò che è seguito, ripartire dai piani bassi, senza un nome né un volto che fosse quello che tutti conoscevamo, e si ricorderanno anche le polemiche tra coloro che continuarono a sostenere la squadra della città in una sorta di continuità ideale e quelli che, scegliendo di preferire la continuità storica, smisero di interessarsi alla nuova società. Tutto questo sabato è finito, o ha iniziato a finire.
La Curva ha voluto metterlo in chiaro fin da subito, iniziando con i cori “noi siamo US Avellino” e “bentornato vecchio alleato”, scritta che campeggia sulla maglie dell’“Associazione per la storia”, cordata di tifosi che ha rilevato logo e denominazione US che ora appartengono quindi di fatto (caso unico in Italia e raro nel mondo) ai sostenitori. Immediatamente gli ultras della Sud hanno intonato “l’Avellino siamo noi, solo noi”. Questo non perché burocraticamente la denominazione US Avellino 1912 e il logo storico siano di proprietà dei tifosi, ma perché l’Avellino, lo spirito di una squadra, appartengono ai tifosi. I calciatori passano, le società anche, cambiano gli stadi e addirittura i colori, ma non cambiano la passione e il sostegno di un popolo sportivo. Al di là delle scelte personali, sofferte, ma libere, di non seguire più l’AS, che non sembrava rappresentare la città più delle altre squadre che militano nelle categorie minori, bisogna comunque rendersi conto che non si tifa per un logo, un nome, un pezzo di stoffa colorata, per quanto possa far piacere e non poco che il simbolo della storia vissuta sia tornato, così come fa male, fa sentire presi in giro vedere che chi vuole vendere le partite non si prende neanche la briga di controllare la storia passata e recente di una squadra (e quindi, per inciso, a maggior ragione la partita va vista allo stadio).
L’Avellino senza i suoi tifosi è solo una (buona) squadra, ma nulla più di undici uomini vestiti di verde che tirano calci ad una palla di pezza contro altri undici giocatori, nulla più, se non per gli aspetti tecnici, di quanto molti di noi facciano normalmente in settimana. Senza il tifo, il calcio non esiste; lo spirito di una squadra, prima del nome e del logo, abita nei cuori di chi tifa. Perciò non può che apparire stupido e reazionario impedire ai calciatori di festeggiare sotto la curva, o di consegnare le maglie ai tifosi, perché se è vero che non bisogna esercitare violenza psicologica sui giocatori, è anche vero (e di più) che i calciatori sono tenuti a dar conto ai loro sostenitori, quelli che davvero pagano loro lo stipendio, rappresentati dal nucleo più solido e rumoroso, che spesso coincide con la curva. Perché, come canta la Sud, e non smetterà mai di cantarlo, l’Avellino siamo noi, solo noi.