Cairano (Avellino): il paese dei coppoloni di Vinicio Capossela

Dopo aver doverosamente parlato della linea ferroviaria Avellino-Rocchetta, un pezzo di storia d’Irpinia, ci ritroviamo a Cairano, un piccolissimo comune di circa 300 abitanti.

Cairano sorge sul fianco meridionale di un colle che panoramicamente domina la Valle del fiume Ofanto, da un lato, e quella del Torrente Orato, dall’altro. A causa della sua altitudine e del suo isolamento, gode di un’aria salubre, temperata d’estate, ma rigida d’inverno. L’economia agricola si fonda sulla coltivazione dei cereali, di uva da cui si ricava vino di qualità egregia, ulivi e legumi. Nei declivi dei monti che lo circondano troviamo verdi pascoli e folti boschi, popolati da selvaggina. Il paese è ormai praticamente spopolato, i residenti si sono ridotti, come detto, a poche centinaia. In poco più di un secolo, la popolazione già dimezzatasi dalla fine del secolo scorso agli anni ’80, si è nuovamente dimezzata. Ottima è la gastronomia locale, con odori e sapori eccezionali. Si segnalano i cauzuncielli ed il capretto con patate. A Cairano, nel 1963, fu girato il lungometraggio “La donnaccia”, tratto da un libro di Paolo Speranza. La produzione della pellicola coinvolse tutta la popolazione, sconvolgendone le abitudini per il tempo della lavorazione.

Cairano visto dal Lago di Conza

Esso sorge a circa 800 metri d’altezza ed a 75 chilometri da Avellino. Il Santo Patrono è S. Leone Magno, festeggiato il 20 giugno. Altro evento particolarmente importante è la Festa dell’aria (a fine luglio), quando tanti appassionati si lanciano col deltaplano o in parapendio dal punto più alto del paese. Tale Festa è affiancata da altre iniziative, quali la rievocazione di antichi mestieri oggi scomparsi, come l’impagliatore di sedie ed il cestaio, nonchè la premiazione dei Cairanesi che si sono distinti in Italia e nel mondo e rappresentazioni in dialetto cairanese. Infine, va ricordata la Sagra dei fusilli e dei prodotti locali (agosto-settembre). Il mercato si tiene il mercoledì. Cairano si raggiunge da Avellino percorrendo la Strada Statale Ofantina, operando una deviazione nel tratto terminale dopo aver superato Conza della Campania. La ferrovia Avellino-Rocchetta Sant’Antonio, tanto per tornare al numero di giovedì scorso, aveva anche la stazione di Conza-Andretta-Cairano.

Dispiace davvero tanto che siano rimaste solo poche centinaia di persone a godere della bellezza della natura e dell’ambiente circostante Cairano, che merita una visita da parte di chi voglia effettuare una permanenza salutare, di chi ami ossigenarsi facendo escursioni nei suoi boschi, di chi pratichi la caccia o la pesca nel fiume Ofanto, o i voli in deltaplano, utilizzando come base di partenza l’area Castello.

La nostra visita virtuale al paese parte dalla storia di Cairano per poi trattare del Castello, di cui sono visibili i ruderi nel punto più elevato della collina su cui sorge il paese, della Chiesa Madre di S. Martino, della Chiesa dedicata al Patrono S. Leone Magno, della Chiesa dell’Immacolata e degli Edifici signorili.

Chiesa Madre (1)

Il territorio di Cairano venne frequentato ed abitato sin dall’Età del ferro, come confermarono i ritrovamenti archeologici, frutto di diverse campagne di scavo, che individuarono un insediamento ed una necropoli con tombe a fossa. I reperti archeologici sono custoditi presso il Museo Irpino di Avellino. Si tratta di reperti unici, tanto che gli studiosi coniarono la denominazione di “Cultura di Cairano ed Oliveto Citra”. Tali reperti archeologici, dalla raffinata lavorazione, dimostrano che in Irpinia, tra il IX ed il VII secolo A.C., vivevano popolazioni che avevano raggiunto un elevato livello di sviluppo, tanto da lavorare abilmente i metalli. All’età romana risalgono dei reperti rinvenuti nelle località Rasale, Ischia della Corte ed a valle del paese.

La prima citazione del borgo medioevale risale al 1096, quando era definito “Castellum Carissanum”. Tale Castello, eretto al tempo dei Longobardi nel punto più alto della collina, venne totalmente ricostruito in epoca normanna, quando feudatari erano i Balvano. Durante il Medioevo, funse da fortificazione di Conza, per la sua strategica posizione panoramica. Successivi feudatari furono i Del Balzo, i Gesualdo, i Ludovisi, i Cimadoro (verso la metà del XVII secolo, con presumibile trasformazione della struttura difensiva distrutta nel Medioevo in residenza gentilizia) ed i Garofalo.

Veduta di Cairano

Cairano ha dato i natali al musicista Carlo Di Marzio, al giurista Michele De Stefano, allo storico sacerdote Sabino Amato ed a Eugenio Malossi, inventore del “Regolo Malossi”, utilizzato per l’educazione di ciechi e sordi. Per quanto attiene alla questione etimologica, è possibile che il nome del paese derivi dalla scoperta di un altare dedicato nell’antichità al Dio Ciano.

Una curiosità: i Cairanesi si sono lamentati che la creazione dell’invaso del Lago di Conza ha determinato mutamenti climatici nella zona (es. nebbia ed umidità prima assenti), creando anche problemi con gli insetti in passato mai arrivati a Cairano (es. le zanzare). La creazione a valle di Cairano dell’invaso artificiale di Conza, se ha apportato notevoli benefici per quanto riguarda la gestione delle acque irpine, ha creato alcuni problemi lamentati dai Cairanesi: cambiamento del clima, arrivo di insetti, eventi sgradevoli quali il cattivo odore che si sente nel paese quando le acque dell’invaso vengono rilasciate per alimentare il fiume Ofanto.

Nel 1963, a Cairano fu girato il lungometraggio “La donnaccia”, tratto da un libro di Paolo Speranza. La produzione, che sconvolse le abitudini dei Cairanesi, li impiegò tutti, anche con particine minute. Scomparsa, nel 1994, la pellicola venne ritrovata grazie alle ricerche dell’allora Sindaco Luigi D’Angelis. La pellicola, per la storia di Cairano, è particolarmente importante, perchè mostra le tradizioni, gli usi e costumi dell’epoca. “Donnaccia” era una Cairanese emigrata, Mariarosa, costretta a tornare al paese natio in quanto cacciata con foglio di via dalla città in cui si era trasferita, poichè vi esercitava la prostituzione. Per la vergogna, la famiglia di origine la ripudiò. Non avendo di che sfamarsi, Mariarosa fu costretta a prostituirsi nuovamente, concedendosi per pochi soldi o cibarie agli uomini del paese o dei paesi limitrofi. Uno di questi, si innamorò di lei, testimoniò in suo favore salvandola dall’accusa di adescamento e le chiese di sposarlo. L’amore osteggiato dai paesani, venne favorito dal parroco a cui la donna in confessione aveva rivelato il proposito matrimoniale. Il matrimonio segnò una svolta nella vita della sventurata donna. Va notato che “Donnaccia” è un titolo allusivo, visto che tale termine dispregiativo veniva usato dai Cairanesi per designare gli aridi terreni circostanti il loro paese, che tanta fatica richiedevano per assicurare la mera sussistenza.

Lago di Conza visto da Cairano

Cairano originariamente fu edificato in epoca longobarda e venne totalmente ricostruito durante la dominazione normanna. Nella parte più elevata della collina che domina il paese, i ruderi del Castello, a cui si accede faticando non poco lungo ripide salite, dominano la vasta vallata sottostante, parzialmente occupata dall’invaso di Conza. A dire il vero, i ruderi sono visibili solo in piccola parte, come quelli che si vedono nell’immagine. La maggior parte sono coperti da terriccio e vegetazione, e verranno portati alla luce da futuri lavori.

La Chiesa Madre dedicata a S. Martino, caratterizzata da una cuspide a forma poligonale, edificata originariamente nel XIV secolo, venne ristrutturata nel 1694 e nel 1980. L’edificio religioso domina una tranquillissima piazzetta e domina sulle piccole costruzioni circostanti. Sulla facciata risalta il portale in pietra bianca, finemente lavorato, probabilmente realizzato da abili scalpellini locali. La quadrangolare Torre campanaria, in pietra sbozzata e squadrata, venne ricostruita nel XIX secolo, quando venne abbattuto il vecchio campanile situato sul lato destro della facciata della chiesa. Studi stratigrafici hanno evidenziato che in origine il campanile era una torre civica, un bastione della cinta muraria del castello. All’interno, la Chiesa contiene, oltre a stucchi del XVIII secolo, statue, un coro ligneo, un altare in pietra del XVIII secolo e decorazioni varie.

La Cappelletta dedicata al Santo Patrono di Cairano, San Leone Magno, chiude ad un lato una piazzetta, delimitata dal Belvedere, dal Palazzo Mazzeo e dai ruderi del vecchio borgo. L’edificio religioso, fronteggiato dal Monumento ai Caduti, venne realizzato nel 1754. Si caratterizza per una assai semplice facciata. All’interno, si segnala un interessante altare in marmo policromo.

La piccola Chiesa dell’Immacolata, che quasi fronteggia a distanza la parte posteriore della Chiesa Madre di S. Martino, risale al XIX secolo. Semplice è la facciata giallina, in cui si notano il portale in pietra, e nella parte superiore, un orologio a muro e la croce che sovrasta la Chiesa. Sul lato destro posteriore, si erge la piccola torre campanaria. All’interno, oltre ad un artistico altare, sono visibili alcune tele.

Passeggiando nel centro storico di Cairano, ci si imbatte in strutture architettoniche ed artistiche caratteristiche, tipiche del borgo medioevale, quali portali in pietra, stradine, vicoletti, scalinate, palazzine risalenti al XVIII-XIX secolo. Tra gli edifici signorili va senz’altro ricordato il Palazzo Mazzeo, sulla cui facciata risalta la lapide del 29 luglio 2000, con la quale l'”Associazione Amici dell’Irpinia Francesco De Sanctis”, volle ricordare Costantino Mazzeo, a lungo Sindaco di Cairano, solerte, appassionato e generoso, che, come si legge sulla lapide, “ricoprì posizioni di grande responsabilità al governo della sanità pubblica, coniugando rigore giuridico, capacità organizzativa, solidale spinta animatrice. Si impose ieri al rispetto e alla stima di tutti”.

Altro edificio da menzionare è il Palazzo Amato, che si trova nel centro storico, o meglio nell’area dove una volta c’era il centro storico ed oggi è un misto di vecchio e nuovo, visto che antichi edifici sono stati sostituiti da palazzine moderne, con una scelta architettonica-storica assai discutibile.

Cairano è anche conosciuto come il Paese dei Coppoloni da quando è stato presentato il nuovo libro di Vinicio Capossela, intitolato appunto “Il paese dei coppoloni”. E’ da qui che sembra che anche l’Irpinia abbia trovato il suo cantore. Posto che il libro di Capossela va interpretato come un dono che l’artista ha fatto al suo territorio d’origine in un’opera costata, per sua stessa ammissione, più di 20 anni di lavoro, quello su cui verrebbe da soffermarsi è l’eco che esso sta avendo: un’eco tale da spingere più di una persona ad intravedere nel cantautore il possibile ambasciatore d’Irpinia. Il tocco di Capossela è visionario, eccentrico con i suoi personaggi a tratti mitologici e leggendari. Nelle sue parole si sente molto la nostalgia del ricordo, l’influenza del passato, la trasposizione della realtà. Il suo è uno sguardo meravigliosamente incantato che coglie una bellezza tenace racchiusa nei piccoli borghi di Calitri e Cairano. E l’Irpinia ha certamente bisogno di un poeta del suo spessore e delle sue capacità oniriche, ma al contempo ha anche bisogno di spezzare quell’incantesimo per il quale non si riesce a guardare le cose con la giusta lucidità d’animo. Capossela è un uomo affezionato alla propria terra d’origine che, ahimè, quella terra non la vive ogni giorno per raccontarla nella sua contemporaneità, per rappresentarla nella sua totalità. Però l’appartenenza di Vinicio all’Irpinia è innegabile, come è innegabile l’appartenenza dell’Irpinia a Vinicio: un binomio che nessuno mai potrà sciogliere. Ma Vinicio racconta una terra che non esiste più, o che vive, purtroppo, soltanto di sensazioni e atmosfere alimentate dal sentimento della nostalgia e del ricordo, eccessivamente distanti dalla realtà. Ne potremmo avere anche cento di poeti come Vinicio, ma l’Irpinia non si risolve nel Paese dei Coppoloni e quella poesia rappresenterà un valore aggiunto solo quando potrà adagiarsi su di una realtà diversa da quella di oggi.

Il 30 agosto scorso, in una magnifica notte di luna piena sulla rupe di Cairano, “il paese dei coppoloni”, dove, come si narra nel romanzo omonimo, i suoi abitanti allevano i senni dell’intelletto, si è conclusa la terza edizione del Calitri Sponz Fest, il Festival itinerante ideato e diretto dallo stesso Vinicio Capossela. Il percorso dell’intelletto, l’influenza della luna sulla terra, il rapporto tra le armonie celesti e delle sette note, e quello tra ragione e buon senso, sono solo alcuni dei temi che Vinicio Capossela ha affrontato. La serata è stata animata da alcune letture di Capossela tratte da “Il paese dei Coppoloni”, accompagnate dalla lira cretese di Psarantonis, fino ad arrivare al gran finale: la trebbiatrice volante del Tenente Dum con a bordo lo stesso Capossela dotato di ali di corvo, ha “preso il volo” sulle note malinconiche e gioiose dei fiati della Kocani Orkestar.

Un successo straordinario per questo viaggio durato sette giorni che ha riempito il vuoto sconfinato delle “terre dell’osso” dell’Alta Irpinia e i cinque comuni coinvolti – Calitri, Andretta, Aquilonia, Conza della Campania e Cairano – con poesia, musica di frontiera, balli, arte, parole, cortometraggi, passeggiate e laboratori per grandi e piccoli. E’ stato un cammino per ritrovare i “siensi”, ovvero il rapporto perduto con la natura, iniziato il 24 agosto sotto la quercia dell’Occhino di Andretta al sorgere di una luna la cui crescita ha scandito i sette giorni.

La festosa carovana, accompagnata da muli, mariachi e majorettes ha raggiunto lo stupefacente scenario dell’Altopiano del Formicoso, teatro del concerto all’alba della Fanfara Tirana e dell’emozionante inaugurazione della Trebbiatrice Volante, dopo aver riempito le strade di Andretta. Sempre al Formicoso è andata poi in scena la seconda giornata dedicata al grano, ai canti rituali e ai mestieri tradizionali legati alla terra, che si è conclusa con il potente concerto di Antonio Infantino e i Tarantati Rotanti seguito da quello dei Mariachi Mezcal. Il terzo giorno la quercia di San Vito di Aquilonia è stata il palcoscenico naturale di canti e balli; da qui la carovana è partita passando dallo storico sentiero della Cupa, per arrivare all’installazione “Il mammoccio della Cupa”, realizzato da Dem Demonio e inaugurato con il concerto per voce e theremin di Vincenzo Vasi, ultima tappa prima della salita e della “conquista” di Calitri. Per i due giorni successivi il borgo è stato invaso da migliaia di persone che hanno celebrato il rito dello sposalizio delle culture danzando, percorrendo i vicoli del centro storico e popolando le sue grotte sulle note dei musicisti arrivati da ogni parte del mondo. Il tutto accompagnato dai banchetti nuziali allestiti dai cuochi locali e dagli chef arrivati dall’Albania, dalla Grecia e dalla Costa d’Avorio che hanno cucinato le pietanze tipiche dei matrimoni dei rispettivi paesi. La grande serata del 28 agosto, che si è svolta su una vera e propria pista da ballo in legno realizzata per l’occasione, ha invece visto alternarsi sul palcoscenico Mariachi Mezcal, Los TexManiacs, Tonuccio e i Pink Folk e la Banda della Posta, per una maratona danzante che ha fatto letteralmente “sponzare” le migliaia di persone accorse nel piazzale della Casa dell’Eco.

Infine, il 29 agosto l’approdo alla “frontiera” della stazione sospesa di Conza-Andreatta-Cairano, dove sotto ad una Super Luna (la coincidenza di una Luna piena con la minore distanza dalla terra) è andata in scena la Notte d’argento, una grande festa che ha celebrato i 25 anni in musica di Vinicio Capossela con un concerto kolossal durato più di sette ore. Lo Sponz Fest si è confermato per il terzo anno uno degli eventi di punta dell’estate campana, una festa fuori dall’ordinario dove immaginazione e cultura si fondono per regalare sorprese e suscitare stupore. Un festival sostenuto dal lavoro e dall’impegno di tanti volontari che rendono possibile la realizzazione di quanto viene partorito dalla mente geniale del suo direttore artistico. La scelta ambiziosa di portare musica, spettacolo e cultura in luoghi non convenzionali e in zone non abituate ad ospitare eventi di questo genere, rende lo Sponz un festival unico e complesso da organizzare. Proprio per questa ragione lo staff dello Sponz Fest è già al lavoro per regalare al pubblico un’edizione 2016 ancora più bella ed entusiasmante.

E noi ci saremo anche l’anno prossimo per raccontarvi quali saranno le iniziative di Vinicio Capossela. Ma intanto, per ora, lasciamo il Paese dei Coppoloni per ritrovarci giovedì prossimo ancora in giro per la nostra verde Irpinia.

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA
L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI