Calcioscommesse, Izzo alla Gazzetta dello Sport: “Ignorante ma onesto”

Prima del processo di oggi a Roma, racconta la sua vita e la sua verità alla Gazzetta dello Sport, Armando Izzo,  l’ex calciatore irpino, ora militante nel Genoa e nella Nazionale, che rischia 6 anni di squalifica per con­corso ester­no al clan ca­mor­ri­sti­co Vi­nel­la Gras­si, di cui cinque di reclusione.

Queste le dichiarazioni del difensore, alla domanda sul perché gli si dovrebbe cre­der­e: «Sa co­me mi chia­ma­no nel­le intercettazioni que­sti si­gno­ri? L’igno­ran­te. Di­co­no: “Oh, l’igno­ran­te non de­ve sa­pe­re nul­la per­ché Avel­li­no-Reg­gi­na la fan­no i se­na­to­ri”. Que­sto per­ché nel 2014 ero un no­vel­li­no in uno spo­glia­to­io con gen­te co­me Ca­stal­do, Bian­co­li­no, Mil­le­si. Ma non è que­sto il pun­to: han­no ra­gio­ne, so­no igno­ran­te. Non mi ver­go­gno».

Continua:«So­no cre­sciu­to a Scam­pia: pa­pà la­vo­ra­va an­che 18 o­re al gior­no per ga­ran­tir­ci u­na vi­ta qua­si nor­ma­le. Poi una leu­ce­mia ful­mi­nan­te lo ha stron­ca­to in due me­si. Ave­va 29 an­ni, mia mam­ma 27 e io qua­si 10. Sul let­to di mor­te te­ne­va stret­to i miei 3 fratelli, tut­ti più pic­co­li. Sta­vo sul­la por­ta, cer­ca­vo di non pian­ge­re. Da lon­ta­no mi ha fat­to un cen­no con la ma­no: di­ven­ta­vo il ca­po­fa­mi­glia, al­tro che stu­dia­re. E in­fat­tii sba­glio i con­giun­ti­vi. Co­mun­­que, sen­za lo sti­pen­dio dii pa­pà sia­mo pre­ci­pi­ta­ti in miseria. Per me­si la mia ce­na è sta­ta lat­te e pa­ne du­ro. Sa­rem­mo fi­ni­ti in brac­cio al­la ca­mor­ra, sem­pre in cer­ca di ma­no­va­lan­za, ma­no sen­za due mi­ra­co­li­».

Racconto struggente che trova esito positivo:«La pro­mes­sa fat­ta a pa­pà mi dava for­za: ho la sua fac­cia ta­tua­ta su un fian­co. A 16 an­ni il Na­po­li mi pas­sa­va 500 eu­ro al me­se. A que­sto si ag­giun­ge­va l’aiuto del mio pro­cu­ra­to­re, Pao­lo Pa­ler­mo. Poi di­ven­to ca­pi­ta­no del­la Pri­ma­ve­ra: Mazzar­ri mi por­ta in ri­ti­ro e quan­do ve­de che cor­ro con le scar­pe tre nu­me­ri più gran­di, dà dei sol­di al mas­sag­gia­to­re e gli di­ce di ac­com­pa­gnar­mi in pae­se per prender­mi quel­le che pre­fe­ri­vo. Il re­sto è frut­to di su­do­re e an­co­ra su­do­re. Trie­sti­na, Avel­li­no, Ge­noa e Na­zio­na­le. Poi un boss si pen­te e so­stie­ne che ero a sua di­spo­si­zione da sem­pre».

Co­sa c’è che non tor­na? Chiede dunque il giornalista.«Tut­to – risponde il calciatore -. Spie­ga al ma­gi­stra­to che so­no uno di loro per via di uno zio af­fi­lia­to. Beh, quel­lo è un pa­ren­te ac­qui­si­to: non ho rap­por­ti con lui da quan­do ero ra­gaz­zi­no. C’è di più. Se­con­do que­sto boss sa­reb­be­ro ve­nu­ti a Trie­ste per far­mi al­te­ra­re una ga­ra, ma sic­co­me contavo ze­ro al­lo­ra è sal­ta­to tut­to. Ho chie­sto al mio av­vo­ca­to: non c’è nes­su­na trac­cia del pre­sun­to viag­gio. So­lo pa­ro­le. Ma que­sta dichia­ra­zio­ne è un au­to­gol. Per­ché io a gennaio 2012 pas­so all’Avel­li­no. Sa­rei uno del clan, giu­sto? E in­ve­ce nes­su­no mi cer­ca. Ven­go­no a Trie­ste, ma quan­do so­no a un tiro di schiop­po da Na­po­li, nien­te. E mi­ca per qual­che me­se: pas­sa­no ol­tre due an­ni pri­ma di ar­ri­va­re ai due pre­sun­ti il­le­ci­ti. I fratelli Ac­cur­so so­no ac­cu­sa­ti di omi­ci­di e spac­cio di dro­ga. La po­li­zia li te­ne­va sot­to con­trol­lo: mai, di­co mai, c’è un con­tat­to con me. Ep­pu­re se­con­do le car­te che ho let­to, ero un “fra­tel­lo”. Non so­lo, quan­do organizza­no la com­bi­ne, si af­fi­da­no a Pi­ni, con qual­che tra­scor­so nell’Avel­li­no vec­chio di 10 an­ni».

Lei co­no­sce­va Pi­ni? Gli viene chiesto:«Cer­to – dice Izzo – co­me mol­ti cal­cia­to­ri dell’Avel­li­no: ave­va un ne­go­zio di ore­fi­ce­ria. Compravamo di­ver­se co­se. In ogni ca­so, lui ag­gan­cia Mil­le­si. Pi­ni mi chia­ma una se­ra: “Mi rag­giun­gi in que­sto ri­sto­ran­te?”. Sta­vo trat­tan­do un oro­lo­gio e ci va­do. Tro­vo Millesi che mi fa uno scher­zo e al­tre per­so­ne, com­pre­sa una ra­gaz­za. Re­sto lì 20 minuti. Ho sco­per­to leg­gen­do che c’era Ac­cur­so».

Riguardo alla presunta com­bi­ne col Mo­de­na «Le sem­bra cre­di­bi­le che un boss pun­ti 400 mi­la eu­ro per vin­cer­ne 45 mi­la? E Mil­le­si ac­cet­ta di re­sti­tui­re i 400 mi­la se le co­se van­no ma­le? Una scom­mes­sa sul Mo­de­na che do­ve­va fa­re un gol con qua­lun­que ri­sul­ta­to. E quel­la ga­ra io non l’ho gio­ca­ta. Mi ero fat­to ma­le in set­ti­ma­na e du­ran­te il ri­scal­da­men­to era tor­na­to il do­lo­re. Fi­ni­sco in pan­chi­na. Ora mi se­gua: il boss ve­de la ga­ra da un cen­tro scom­mes­se, si è fat­to pre­sta­re il te­le­fo­no da Pi­ni. Pri­mo tem­po 0-0. Pre­oc­cu­pa­to man­da mes­sag­gi a Mil­le­si per ri­sol­ve­re il pro­ble­ma. Mil­le­si, in pan­chi­na co­me me, in­cro­cia Pec­ca­ri­si che ri­tor­na da­gli spo­glia­toi e lo con­vin­ce per 15 mi­la eu­ro a far se­gna­re il Mo­de­na. Le im­ma­gi­ni Sky te­sti­mo­nia­no tut­to que­sto. Non scherzo, so­no le ac­cu­se di Pi­ni e Ac­cur­so. Pec­ca­to che dal­le im­ma­gi­ni Sky si ve­de co­me per tut­to l’in­ter­val­lo Mil­le­si, io e gli al­tri del­la pan­chi­na stia­mo in cam­po a ri­scal­dar­ci. Non so­lo, il te­le­fo­no da cui so­no par­ti­ti i mes­sag­gi non c’è più. Pi­ni ha det­to al ma­gi­stra­to di aver­lo ven­du­to, ma non si ri­cor­da a chi…».

«Nien­te prove, so­lo pa­ro­le e pa­ro­le. Tut­ti quel­li chia­ma­ti in bal­lo han­no smen­ti­to. La se­con­da com­bi­ne era la no­stra vit­to­ria con­tro la Reg­gi­na, che essendo già re­tro­ces­sa man­dò la Pri­ma­ve­ra. Ba­sta con­trol­la­re il ta­bel­li­no. Io so­no fi­ni­to in tri­bu­na, non ho più gio­ca­to fi­no al­la fi­ne del cam­pio­na­to per l’infor­tu­nio».

Ma al­lo­ra per­ché Ac­cur­so e Pi­ni fan­no il suo no­me? Chiede l’intervistatore.«Me lo so­no chie­sto mil­le vol­te – dice il giocatore -. Una ri­spo­sta l’ho tro­va­ta in fon­do all’in­ter­ro­ga­to­rio di Pi­ni. Di­ce: “Quan­do ve­do Iz­zo e Mil­le­si gio­ca­re in A, beh mi gi­ra­no”. Ec­co, lui non ha fat­to car­rie­ra. For­se si­gni­fi­ca qual­co­sa».

«C’è in bal­lo la mia vi­ta e quel­la del­la mia fa­mi­glia – conclude la sua arringa – Ho due bimbe pic­co­le. Il c.t. Ven­tu­ra mi ha pre­so da par­te du­ran­te l’ul­ti­mo sta­ge: “Ar­man­do se non stai se­re­no poi si ve­de in cam­po. Per noi sei im­por­tan­te: sia­mo con­vin­ti che ne usci­rai pu­li­to”. So­no sta­te bel­le quel­le pa­ro­le, ma sta­rò se­re­no quan­do i giu­di­ci di­ran­no che non ho fat­to nul­la. Co­sì tor­ne­rò a es­se­re un igno­ran­te one­sto. Cer­to, mio pa­dre lo sa già».