Calitri (Avellino): la Positano d’Irpinia

Dopo Aquilonia, l’antica Carbonara, riprendiamo il nostro caro vecchio treno Avellino-Rocchetta per scendere alla prossima fermata, cioè Calitri, la Positano d’Irpinia.

Col territorio comunale delimitato nel tratto meridionale dal corso dell’Ofanto, tra l’Alta Valle di tale fiume e la Valle del Torrente Cortino, su di una verde collina, Calitri presenta una conformazione urbanistica assai peculiare, anzi unica tra i paesi dell’Irpinia, a cagione della forma triangolare che caratterizza il centro storico, con edifici collocati secondo una sorta di stratificazione o terrazzamento, cioè a gradoni paralleli, tutti colorati tanto da far somigliare Calitri alla famosa Positano.

Calitri ospita, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, una Fiera Interregionale, ormai a rilevanza nazionale, che attrae tantissimi visitatori. E’ un centro di antiche tradizioni agricole (grano, legumi e vino di notevole qualità), pastorali (numeroso era in passato il bestiame, segnatamente buoi, bufali e montoni) ed artigianali, in molti casi elevatesi quasi a livello industriale (ceramica e terracotta, innanzitutto, laterizi, dolci e biscotti, lavorazione della lana, del ferro e del legno). Vivi sono anche gli scambi commerciali. La gastronomia locale si basa su piatti semplici, come “M’nestra”, “Acquasala”, “Pan’ cuott'”, “F’r’magg'”, “R’cotta”, “Sauzicch”, “Pane del Diavolo”, in occasione della Quaresima, “Baccalà alla perticaregna” e tanti altri piatti tipici.

Calitri, la Positano d'Irpinia

Calitri sorge a 530 metri sul livello del mare e conta circa 6.000 abitanti. Il Santo Patrono è S. Canio, festeggiato il 25 maggio. Tra i numerosi gli altri eventi, spicca la Processione del Venerdì Santo, durante la cui notte, i membri della Confraternita dell’Immacolata venerano un pezzo di legno della Santa Croce, camminando per le strade del centro storico, cantando la Passione, sostando quattordici volte alle stazioni predefinite della Via Crucis, sino alla collina del Calvario. Altri eventi sono la  Festa di Santa Maria dei Santi (prima domenica maggio), presso il piccolo edificio religioso dedicato alla Santa a Rapone, la Processione del Corpus Domini (giugno), la Processione di S. Antonio (13 giugno), in partenza dall’omonima chiesetta, la Festa di S. Vito (terza domenica giugno/7 settembre), la Festa della Madonna delle Grazie (2 luglio), con Processione nella Contrada Croce Penta, Estate Calitrana (agosto), con musica, balli, giochi, sport, l’Assunzione di Maria Vergine (15 agosto), la Processione a Calitri Scalo, la Festa di S. Lucia e S. Canio (31 agosto-1 settembre), con Processione, musica e fuochi artificiali, la Festa dell’Immacolata Concezione e S. Vito (7-8 settembre), la Fiera Interregionale (ultima domenica agosto-prima domenica settembre), volta alla promozione, valorizzazione e commercializzazione dei prodotti tipici, la Festa dell’Emigrante (settembre), la Festa e Fiera del S. Rosario (prima domenica ottobre), la Sagra della scarpegghia (dicembre), durante la quale nel centro storico si possono conoscere i prodotti dell’artigianato calitrano e gustare i prodotti tipici locali, Natale a Calitri (dicembre).

Lago Canne
Lago Canne

Il territorio comunale di Calitri è una meta davvero interessante per chi ami il contatto con la natura. L’aria è salubre, le acque sono abbondanti, la flora e la fauna ricche. Oltre ai già segnalati fiume Ofanto e Torrente Cortino, dove vivono carpe, cavedani, barbi e trote, di notevole interesse è il Lago, o meglio laghetto, delle Canne, che è attorniato dal Bosco di Castiglione. Tra le sorgenti di acqua minerale ve ne sono alcune prossime al paese. Boschi di querce, pioppi ed olmi, ma anche di altri alberi, coprono il territorio, frequentato da volpi, tassi, lepri, cinghiali, quaglie, merli, falchi e beccacce. Numerose interessanti Masserie sono distribuite nel territorio calitrano, tra cui segnaliamo le Masserie dei Pepponi e la Masseria Berrilli, quest’ultima in località Serre, nei pressi di una splendida fontana del 1851.

La frequentazione del territorio di Calitri è assai remota, facendosi risalire sin dal V-III millennio A.C., grazie alla sua posizione lungo il percorso che poneva in contatto il Tirreno e l’Adriatico. Reperti archeologici e utensili in selce levigata ritrovati nel territorio di Calitri relativi a tale fase preistorica, risalgono al Neolitico, e sono custoditi presso il Museo Irpino di Avellino. La maggiore stabilità degli insediamenti umani viene ascritta all’Età del Ferro, quando vennero utilizzate delle grotte naturali situate ai piedi della collina su cui si erge il paese, chiamate dai Calitrani “Gruttuni”, ove vennero ritrovati degli utensili in pietra, vasi, lame, punte di lance e frecce. In epoche successive, i Calitrani utilizzarono tali cavità naturali, a seconda dei casi, come deposito agricolo, stalla o cantina.

In prosieguo di tempo, su tale originario insediamento, si sovrappose un nuovo centro, che taluni storici romani ricondussero ad Aletrium (greco Aletrion, etrusco Aletriom), un importante centro commerciale al tempo dell’Impero Romano, e di cui parlò Plinio il Vecchio (23-79 D.C.), che elencando le popolazioni irpine, scrisse della colonia degli Aletrini. Questo spiega il ritrovamento di reperti quali epigrafi, vasi del IV secolo A.C. e monete. Tra i reperti di questo periodo, ricordiamo la “Stele di Secondiano” recuperata nel 1822 a nord di S. Maria in Elce, custodita presso la Scuola Media “Del Re”, che viene ascritta al Comandante delle milizie romane dell’Alta Irpinia, Secondiano appunto, in occasione della morte prematura del figlio Apollonio, una porzione di un’epigrafe, sempre ritrovata nel territorio di S. Maria in Elce e visibile all’ingresso della Biblioteca comunale, unitamente ad altri reperti ivi accatastati, ed, infine, un cippo con una iscrizione, che Numidio Modesto fece collocare sulla tomba di Orania, sua consorte defunta.

Col crollo dell’Impero Romano d’Occidente e le invasioni barbariche, la storia del territorio calitrano fu, per secoli, strettamente avvinta a quella del potente feudo di Conza. Durante il Medioevo, dapprima conquistata dai Longobardi, si sviluppò e prosperò sotto le due successive dominazioni dei Normanni e degli Svevi. Sotto i Normanni, il feudo di Calitri andò ai Balvano, mentre al tempo di Federico II di Svevia appartenne al demanio imperiale. Al tempo degli Angioini, il borgo era denominato Caletrum o Galestrum e sotto tale denominazione, dal XII al XIII secolo, fu ancora feudo dei Balvano (o Balbano). Nel 1269, Carlo I d’Angiò lo donò in feudo a Galeotto Flagello di Fleury, da cui passò agli Spinelli, agli Aciani, ai Sabrani, ai Marini. Nel 1304, Calitri andò ai Gesualdo, Principi di Venosa, (che la tennero fino al 1629). I feudatari fecero vivere al paese il suo periodo più florido e che trasformarono il Castello in elegante residenza gentilizia. Verso la metà del XIV secolo, a seguito dell’occupazione ungherese del feudo di Castiglione, stando allo storico Vito Acocella, l’attuale Vicolo dei Casaleni, avrebbe formato un Casale occupato dai rifugiati, che si dissero “Casaleni”.

Il XVI secolo fu quello dell’apoteosi dei Gesualdo. La potenza dei Gesualdo durante il XVI secolo determinò la trasformazione del Castello da fortilizio militare ad elegante residenza gentilizia dei Gesualdo. E’ questo il periodo in cui si afferma anche la fama dei cavalli di Calitri, appartenenti ai feudatari. La figura più nota della famiglia Gesualdo fu rappresentata da Carlo, detto il “Principe dei musici”, ideatore della “Musica madrigalista”, figlio di Fabrizio II.  La scomparsa del Casato dei Gesualdo determinò l’incameramento del relativo patrimonio alla Corona, che venne venduto a Nicolò Ludovisi, Principe di Piombino, che fu, pertanto, il nuovo feudatario di Calitri. A loro volta i Ludovisi cedettero il feudo nel 1676, unitamente ai feudi di Castiglione e S. Maria in Elce, ai Mirelli. Il paese fu quasi totalmente distrutto dal tremendo sisma del 1694, che rase al suolo anche il castello dei feudatari Mirelli, che trasferirono più a valle la nuova costruzione, che venne edificata come residenza gentilizia.

Gli eventi pre-unitari e post-unitari accomunano Calitri agli altri paesi del Meridione. Particolarmente duro fu il periodo post-unitario, per la presenza di bande di briganti che infestarono il territorio e le dure condizioni dei contadini, a causa della presenza del latifondo. Ciò spiega il notevole esodo di tantissimi emigranti. Il decennio precedente la Seconda Guerra Mondiale fu caratterizzato da lavori di ristrutturazione dell’area municipale. Grossi danni si registrarono nuovamente a seguito del sisma del 23 novembre 1980.

Chiesa di San Canio
Chiesa di San Canio

A Calitri possiamo ammirare la Chiesa di S. Canio la cui struttura designa le vicende di un edificio religioso che ha subito, nel corso dei secoli, non solo numerose ricostruzioni, ma anche spostamenti per quanto attiene al sito di riedificazione, tanto che le varie strutture andrebbero considerate come Chiese differenti. Ad ogni modo, in linea ad una consuetudine del tempo, all’interno del perimetro delle mura del Castrum Calitri, già nell’VIII secolo si trovava una Cappella dedicata ai protomartiri Cosma e Damiano. Secondo la tradizione, nel 799, lungo il tragitto che avrebbe dovuto portare i resti mortali di S. Canio da Atella ad Acerenza, mentre il corteo funebre stava attraversando Calitri, le campane delle chiese iniziarono a suonare da sole. Tale evento fu interpretato come miracoloso ed il Santo divenne Patrono di Calitri.

La Chiesa della Santissima Annunziata forma un unico corpo con l’attiguo ex Monastero delle Suore Benedettine e venne edificata unitamente a questo nel XVI secolo. Fu una delle poche chiese a resistere al tremendo terremoto del 1694. La Chiesa costituisce un edificio dalla forma assai particolare, che si caratterizza per un bel portale d’ingresso rinascimentale in pietra. All’interno, a pianta rettangolare, del XVII secolo è l’Abside, mentre del XVIII secolo sono l’interessante l’altare maggiore ligneo, di stile tardo-barocco, un altro altare ligneo e dei dipinti attribuiti al Cavallino.

Chiesetta di San Bernardino
Chiesetta di San Bernardino

Ubicata ai piedi della collina del Calvario e già esistente nel 1565, in quanto citata nella visita pastorale del Cardinale Alfonso Gesualdo, la chiesetta rurale di S. Bernardino svolse in passato un notevole ruolo sociale ed economico, visto che volle rappresentare un aiuto ai bisognosi ed al tempo stesso, un punto di riferimento temporale per i lavoratori dei campi. Infatti, alle tre del mattino, il suono della campana fungeva da sveglia, inducendoli ad alzarsi e recarsi nei campi seguendo il “Sentiero della Cupa” che rasenta la chiesetta, mentre alle cinque del pomeriggio, un nuovo suono della campana rappresentava l’invito ai contadini di abbandonare i campi prima del calare delle tenebre.

Ingresso di Palazzo Rinaldi
Ingresso di Palazzo Rinaldi

Il centro storico di Calitri si caratterizza per numerosi edifici ed elementi architettonici ed artistici assai interessanti. Tuttavia, gran parte di tale area è in pessime condizioni. Molti, comunque, sono gli edifici gentilizi risalenti al XVIII e XIX secolo, caratterizzati dai portali d’ingresso in pietra, le loggette corredate da colonnine, le piazzette, le stradine, i vicoletti, le scalinate, elementi tutti che ricordano l’origine medioevale del borgo. Oltre al Palazzo Mirelli, nel centro storico di Calitri è possibile ammirare degli interessanti edifici signorili delle antiche famiglie calitrane, come ad esempio Palazzo Rinaldi, oggi sede della Biblioteca, con il suo bellissimo portale. Poi abbiamo Palazzo Zampaglione, oggi utilizzato per attività ricettive (Bed & Breakfast) in quanto facente parte dell’Associazione Dimore Storiche Italiane e Membro della Union of European Historic House Association. Poi abbiamo il Palazzo Berrilli, con la sua caratteristica loggia, e, infine, il Palazzo Tozzoli, risalente al XIX secolo, vicino all’ex Monastero, dove nel marzo 1875, fece tappa Francesco De Sanctis, durante il celeberrimo “Viaggio elettorale”.

Seppur il territorio di Calitri è assai ricco di argille, le cui caratteristiche di purezza e malleabilità le rendono idonee ad essere facilmente manipolate, nessuna fornace, sia remota che medioevale, è finora stata individuata, per cui mancano le prove che la lavorazione del materiale sia stata effettuata sin dai tempi antichi. Tuttavia, la copiosa presenza della materia prima, di ottima qualità, ed il recupero di oggetti di ceramica ritenuti risalenti al periodo IV-III A.C., rendono plausibile l’ipotesi dell’impianto di fornaci sin dall’antichità. Non a caso, Calitri è nota come “Città della Ceramica”. Un notevole impulso alla lavorazione della ceramica derivò dalla venuta dei Bizantini, visto che nei Monasteri greci che vennero impiantati, tale attività veniva ottimamente praticata. Testimonianze medioevali della lavorazione della ceramica sono state rinvenute recentemente nelle località San Zaccaria e Santa Maria in Elce, col ritrovamento di alcuni reperti maiolicati (XIII-XIV secolo) presso i siti dove insistevano Monasteri benedettini. Occorre risalire ad una lettera del 1573, per poter legittimamente dedurre la sussistenza di fornaci a Calitri, visto che nel documento, che si trova presso l’Archivio di Stato di Parma, il Cavalier Gesualdo scrisse al Cardinale Alessandro Farnese, facendo riferimento ad un ordine di vasi da spedire nella Capitale. Come pure è attestata documentalmente la presenza di una fornace nel 1688 nella località Posterla e di due in Via dei Faenzari nel 1737. Avvicinandosi progressivamente ai nostri tempi, ovviamente, le prove documentali dell’attività delle fornaci diventano sempre più consistenti e ricorrenti. I dati raccolti finora consentono un’adeguata ricostruzione della vita dei Calitrani coinvolti nella lavorazione dell’argilla: tutta la famiglia prendeva parte all’attività produttiva, compreso il “gentil sesso”. L’arte veniva tramandata di generazione in generazione, con l’accortezza di celare i “segreti del procedimento”. La materia prima, l’argilla, estratta da cave nei pressi dell’abitato, veniva sottoposta all’azione dei raggi solari (essicazione). A tal punto, il materiale secco ridotto in piccoli pezzi (frantumazione), veniva depurato dalle impurità (setacciatura). Il materiale setacciato lavorabile veniva, a questo punto, amalgamato (impastatura). In tal modo, si era ottenuto il materiale pronto per la trasformazione, che veniva riposto in contenitori a cui l’artigiano attingeva per lavorare al tornio a pedale. Una volta data la forma voluta all’argilla, l’oggetto ottenuto veniva sottoposto all’azione dei raggi solari (essicazione). L’ultimo stadio, prevedeva il posizionamento del prodotto in corso di lavorazione nelle fornaci a legna (cottura), che veniva ripetuto due volte (la seconda volta, l’oggetto veniva smaltato). Col passare del tempo, gli artigiani calitrani, la cui condizione economica migliorò notevolmente, per raggiungere il culmine nel XIX secolo, diversificarono la produzione, visto che ai vasi ed al materiale per uso domestico, affiancarono la lavorazione di lastre in cotto per pavimenti, piastrelle per la cucina, che vendevano direttamente, anche in occasione delle manifestazioni fieristiche. In tempi recenti, si sta assistendo alla riscoperta ed alla valorizzazione della tradizione della ceramica calitrana.

Curiosità su Calitri: stando alla fantasia popolare, fuori del paese, nella zona del Monte di S. Zaccaria, contiguo al Bosco di Castiglione, albergherebbe un minaccioso drago, protettore del “Tesoro di Zaccaria”. La leggenda narra che alcuni crudeli briganti, dopo aver assalito e raso al suolo il citato Casale, a causa della loro bramosia di ricchezza, che avevano nascosto nelle grotte sotto i resti del Casale, si uccisero tra di loro. Diverse persone alla ricerca di tale tesoro si sarebbero imbattute nel drago o sarebbero fuggiti terrorizzati da rumori di catene o urla bestiali. Ancora oggi si richiama tale leggenda, dicendo “Vo sci a scavà a santa Sa’aria”, per designare coloro i quali sono alla ricerca di facile arricchimento senza il “sudore della fronte”.

Con questa leggenda lasciamo la Positano d’Irpinia per salire nuovamente sul nostro treno immaginario Rocchetta-Avellino e darci appuntamento a giovedì prossimo al prossimo paese da visitare: Andretta.

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA:
L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI