Conza della Campania (Avellino): il lago, l’oasi del WWF e l’area archeologica

Dopo aver visitato Monteforte Irpino ci spostiamo verso il confine con la Basilicata e con la provincia di Salerno e andiamo in uno dei paesi che si trova nei pressi dell’epicentro del triste terremoto del 1980: Conza della Campania.

Conza della Campania è un comune irpino di circa 1.400 abitanti. Chiamata semplicemente Conza fino al 1860, è stata un’importante città degli Irpini. Conza si trova nella valle del fiume Ofanto, a metà strada tra Lioni e Calitri, lungo la strada a scorrimento veloce (chiamata “Ofantina”, parzialmente sull’Appia e poi sulla SS 401) che collega Avellino con Melfi e Barletta. È collegata stradalmente con la Sella di Conza, che segna l’ingresso nella Provincia di Salerno.

A seguito del terremoto del 1980 l’abitato storico, in collina e nei pressi dell’antica Compsa, rimase disabitato ed esso resta in fase di ristrutturazione per fini storico-turistici. L’abitato provvisorio, composto da prefabbricati, sorse lungo la sponda meridionale del lago nei pressi della zona industriale; ed è oramai disabitato e parzialmente in dismissione. Il nuovo insediamento conzano, sorto alcuni anni dopo il sisma, si trova ai piedi della collina, ed a breve distanza, sulla quale sorge l’abitato storico.

Particolare dell'area archeologica di Compsa
Particolare dell’area archeologica di Compsa

Il Lago di Conza è un invaso artificiale creato negli anni settanta del XX secolo costituente una diga sul fiume Ofanto, e si trova al centro del comune. Per via del suo habitat naturale floristico e faunistico sorse, nel 1999, un’oasi protetta del WWF sul lato meridionale del lago, lungo la strada Ofantina ed a metà strada fra la piccola zona industriale e l’insediamento di prefabbricati.

Conza, città importante in età romana e altomedievale, decadde in età moderna anche a causa dei frequenti terremoti che ne decimarono la popolazione. Uno tra i più disastrosi nella sua storia fu quello del 25 ottobre 990, ricordato da molte fonti, dopo il quale la città «restò per metà adeguata al suolo, né da quel tempo è più risorta». Ciò che restava dell’antica Compsa finì per raccogliersi su una collina, con le case raggruppate l’una sull’altra intorno al castello. Il territorio circostante, ricco di acque, boschi e cacciagione, con terreni fertili coltivati a grano e a vigneto, forniva risorse più che sufficienti alla piccola comunità.

La città fu sede vescovile dal VI secolo, prima diocesi suffraganea di Salerno e in seguito, dall’XI secolo, sede arcivescovile metropolitana. L’arcivescovo possedeva inoltre le abbazie di Santa Maria de Foris e di San Mauro (nei pressi di Buccino), i feudi rustici di Cisterna, Cerrutolo e Castiglione de Comitissa (vicino Calitri), Castiglione de Murra (nei pressi di Morra), il casale di Mauriello (presso Pescopagano), la terra di Torricella (nell’agro di Buoninventre), il casale di Boiara (presso Teora) e l’abbazia di Santa Maria in Elce (a poca distanza da Calitri). Infine, fuori della diocesi, appartenevano alla Mensa arcivescovile anche l’abbazia di Santa Venere con il feudo di Palorotondo.

La Cattedrale della nuova Conza
La Cattedrale della nuova Conza

Alla fine del XV secolo Conza aveva perso l’importanza avuta nei secoli precedenti, ma conservava numerose memorie degli antichi splendori. La città, che apparteneva ai Gesualdo con il titolo di contea, era circondata da una potente cinta di mura, le strade conservavano la pavimentazione di età romana, oltre a diversi ruderi di edifici antichi; sulla sommità della collina sorgeva il palazzo baronale, «con membri assay», disposto intorno a un cortile, dal quale si accedeva anche al vicino giardino, coltivato in parte a vigneto e in parte a frutteto. Il palazzo era quasi sempre abbandonato, poiché a causa del clima poco salubre della città i feudatari preferivano abitare nei castelli di Gesualdo o di Calitri, più comodi in tempo di pace e più sicuri in tempo di guerra. Nemmeno gli arcivescovi di solito risiedevano a Conza, bensì a Santomenna (d’inverno, per il clima più mite) o a Sant’Andrea di Conza (d’estate, per il clima più fresco); in ognuno di questi due casali, sui quali la Curia esercitava la giurisdizione, sorgeva un palazzo arcivescovile.

La cattedrale, intitolata alla Vergine Assunta, era sorta sui resti di una basilica di età romana, della quale aveva mantenuto l’impianto a tre navate, con la navata principale, più alta delle laterali, conclusa da un’abside semicircolare. Nella cripta della cattedrale, secondo la tradizione, erano stati deposti i corpi di diversi santi. La chiesa, giudicata “di buon disegno” e “assai bella”, tra il XV e il XVI secolo accolse le sepolture dei conti di casa Gesualdo, che costruirono all’estremità della navata destra la loro cappella gentilizia, con l’altare privilegiato intitolato a Santa Maria delle Grazie: la cappella era ornata da finissime sculture in marmo, tra cui quattro bassorilievi raffiguranti le virtù cardinali.

Nel 1507 Luigi III Gesualdo, dopo aver prestato atto di sottomissione al re spagnolo Ferdinando il Cattolico, riebbe i feudi che, dopo la sua ribellione ai re aragonesi, gli erano stati confiscati; in cambio dovette corrispondere un sostanzioso indennizzo, che per la città di Conza ammontava a 109 ducati.

Il Cinquecento fu il secolo di maggior splendore per i Gesualdo i quali, una volta reintegrati nel possesso dei loro beni, con un’abile politica di alleanze e matrimoni riuscirono ad accrescere il patrimonio e la potenza della famiglia. Nel 1543 acquistarono il feudo di Venosa e nel 1561 Luigi IV, dopo il matrimonio del figlio Fabrizio con la nipote di papa Pio IV, ricevette il titolo di principe. Il fratello di Fabrizio, Alfonso, a soli 21 fu nominato cardinale e nel 1563 divenne arcivescovo di Conza, primo gradino di una formidabile carriera che lo proiettò ai vertici della gerarchia ecclesiastica, prima come decano del Sacro Collegio e poi come arcivescovo di Napoli.

Conza dopo il terremoto del 1980
Conza dopo il terremoto del 1980
Veduta del nuovo paese post-terremoto
Veduta del nuovo paese post-terremoto

Tra il Cinquecento e il Seicento furono arcivescovi di Conza anche due zii di Alfonso, Troiano e Camillo, e il nipote Scipione; tutti costoro, pur risiedendo nella propria diocesi, scelsero come abitazione il lussuoso Castello di Calitri. Le fortune di casa Gesualdo ebbero riflessi positivi anche per la città di Conza, che vide migliorare il proprio tenore di vita. Le «Informazioni sulle entrate» del feudo attestano per tutto il Cinquecento una rendita tra i 350 e i 450 ducati.  Ad esempio nel 1539 il feudo rendeva 417 ducati; le voci principali del bilancio erano l’erbaggio di Caperroni, i «terragij» (terratichi) di grano e orzo, il mulino, la bagliva, la fida dei buoi, ma si producevano anche olio, formaggio, vino ed erano state introdotte nuove colture come il lino e i legumi. Nel 1585 le entrate del principe erano l’erbaggio di Caperroni, la mastrodattia, l’affitto del giardino del castello, il forno, il mulino «della macchia», lo jus degli aratri, il «compasso di Conza, Andretta, Sant’Andrea e altri luochi», la bagliva, la fida delle pecore e poche altre cose per una rendita complessiva di oltre 600 ducati, più 900 tomoli di grano, 129 tomoli di orzo e ancora tre pollastri, otto galline, sei «pese di caso e ricotta», otto «pignatelle» d’olio e 16 «ayni».

I censimenti focatici disponibili vanno da 153 fuochi per il 1532 a 188 fuochi nel 1545, per poi diminuire a partire dal 1561 (136 fuochi), fino a raggiungere il minimo nel 1669 (36 fuochi). La diminuzione di popolazione fu causata anche dai due terremoti del 1561 e del 1627; quest’ultimo in particolare dovette arrecare molti danni alla città, sebbene non distrusse la cattedrale. Completamente rasa al suolo anche dal terremoto del 23 novembre 1980, al cui epicentro era il paese più vicino, Conza è stata interamente ricostruita in altro sito. Dalle macerie della vecchia città sono emerse le rovine dell’insediamento di epoca romana, oggi facenti parte dell’Area archeologica di Compsa.

Foro di epoca romana ed area archeologica
Foro di epoca romana ed area archeologica

In seguito al disastroso terremoto del 1980 a Conza della Campania è stata concessa la Medaglia d’oro al merito, con la seguente motivazione: «In occasione di un disastroso terremoto, con grande dignità, spirito di sacrificio ed impegno civile, affrontava la difficile opera di ricostruzione del proprio tessuto abitativo, nonché della rinascita del proprio futuro sociale, economico e produttivo. Mirabile esempio di valore civico ed altissimo senso di abnegazione.»

A Conza della Campania, oltre dell’Area archeologica di Compsa, troviamo il Foro romano, l’Anfiteatro, la Cattedrale antica e l’Oasi WWF del lago di Conza.

Come già precedentemente accennato, a seguito del sisma del 1980 il centro storico venne completamente raso al suolo. Le autorità politiche dell’epoca decisero di non ricostruire l’abitato nello stesso sito ma di creare un insediamento con unità abitative prefabbricate, in attesa di ricostruire la nuova Conza in altro sito. La cittadina venne realizzata in località Piano delle briglie, una zona pianeggiante a circa un chilometro dal vecchio abitato. La nuova Conza è stata realizzata con criteri antisismici e strade e piazze larghe. Proprio a causa del terremoto e della distruzione che questo ha portato, a Conza non è rimasto praticamente nulla della sua storia, fatta eccezione della citata area archeologica della vecchia Compsa. Comunque indubbiamente questo paese merita una visita non solo per la sua area archeologica ma anche per il lago di Conza e per l’oasi del WWF.

Lasciamo Conza della Campania per darci appuntamento a giovedì prossimo. Dove? In Irpinia ovviamente.

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA
L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI