Dal flop dei fuochi al flop dei calciatori: cronaca del Ferragosto avellinese

Una storia di amicizia, innanzitutto. Un giorno ci chiederemo il perché di questa attrazione fatale per i colori biancoverdi che ci insegue anche quando la città di Avellino non è più scritta sulla nostra carta d’identità, restandovi solo alla casella della nascita. Io la spiegazione me la sono data da tempo: niente più del pallone, e niente, per noi, più del calcio Avellino, ci rimanda a quel meraviglioso sentimento che è appunto l’amicizia.

Il pranzo di Ferragosto me lo sarei saltato tranquillamente, con la moto in panne sull’autostrada vicino Avellino sulla corsia di emergenza se non fossero arrivati i consigli del coautore (i tre o quattro che mi seguono sanno chi è, Antonello Candelmo, l’amico di sempre di tante trasferte e di tanti campi di calcio) a togliermi dai guai. A sera invece, a casa del coautore stesso si festeggiava come ormai da tradizione il compleanno del piccolo Walter (che vanta un record di “mi piace” sulla mia bacheca per la foto che lo ritrae in biancoverde insieme al mio piccolo Ivan, dopo la promozione). A mezzanotte con un’iniziativa un po’ pacchiana abbiamo portato in strada le panchine del giardino e abbiamo creato un piccolo parterre per vedere i tradizionali fuochi, che però quest’anno sono stati un flop incommentabile. Assolviamo subito il sindaco però, che – neo eletto – sa bene ad inizio mandato quanto rischioso sia andare in giro per questue che possono diventare cambiali: ci siamo salutati alla processione e gli ho fatto un in bocca al lupo e a quello mi voglio fermare.

Anastoupoulos

Della serata ferragostana, allora, archiviati gli “spari” flop senza conservarne memoria, resta solo il ricordo della piccola trasmissione senza telecamere che abbiamo imbastito (fra gli sguardi increduli delle consorti, che al momento del fatidico passo anni fa, erano state però avvertite della situazione) andando indietro col ricordo ai flop di altri tempi con la casacca dei lupi, alle schiappe storiche, alle comparse, alle macchiette che con il conforto di internet dal telefonino siamo andati rinverdire.

Troppo facile parlarvi di Nikolaos Anastopoulos, che se non fosse che era già uscito il film di Lino Banfi sulla Longobarda si sarebbe potuto pensare che il personaggio di Aristoteles fosse ispirato a lui. Si vede invece che dev’essere avvenuto il contrario sulla pelle dell’Avellino: con il flop irpino di quello che era arrivato con i galloni di centravanti della nazionale greca si crearono, in realtà, le premesse per la fine del sogno della Serie A sotto forma di un remake del film di Banfi. Se andate su Internet Anastopoulos lo troverete ben posizionato nell’almanacco dei Calciobidoni, e non è il solo biancoverde. Troppo facile parlarvi anche di Soren Skov. Per lui provarono a ripetere l’effetto Juary. L’arrivo del mitico centravanti brasiliano era stato infatti preceduto dall’arrivo in città di una videocassetta con i più bei goal segnati con il Santos e l’Universidad de Guadalajara, e la notizia del suo giro attorno alla bandierina aveva creato grande attesa in tutta la provincia rivelandosi una spinta straordinaria per gli abbonamenti. Con l’imbarazzante centravanti danese, volendo ripetere la cosa, ci preparano un “pacco” bello e buono, misero insieme su un nastro registrato 4 o 5 goal segnati da fenomeno, vai a vedere contro chi, nel Cercle Bruges, e si presentarono a pubblicizzarlo a Telenostra dal povero Pasquale Grasso. Ma a noi Skov di goal non ne fece vedere neanche uno. Il tabellino per lui dice: 19 partite, zero goal nella stagione ’82-’83. Uno score che ha portato anche lui dritto dritto nel novero dei Calciobidoni: controllate pure.skov

Detto di loro, però, la serata in casa Candelmo ha spostato le lancette del tempo anche più indietro nel tempo, l’anagrafe non perdona purtroppo. Anno 1973-’74, (noi c’eravamo già) era l’anno dell’esordio in B dei lupi: arriva Claudio Turchetto preceduto da buona fama e una buona esperienza anche in A, col mitico Lanerossi Vicenza. Tre gol li fece, è vero, ma chissà quanti se ne mangiò, scivolando in panchina e quei cori “Trucchetto-Trucchetto” quando iniziava gli esercizi di riscaldamento avevano un che di canzonatorio e crudele che ricordo molto bene.

Ma chi merita il proscenio, ingiustamente ignorato negli annali dei Calciobidoni, è un altro atleta, più di tutti, il velleitario attaccante Schilirò. Non mi chiedete il nome di battesimo perché non lo ricordo, e stavolta nemmeno Internet ci viene in aiuto. Anche per lui, scivolato in panchina, la stessa onta, cioè la storpiatura del cognome nell’incitamento crudele dei tifosi “Scillirò-Scillirò”. Ho un’immagine immortalata sul “Roma” quando ebbe la grande occasione per rifarsi, solo davanti al portiere Cimpiel del Pescara, davanti alla curva Nord di allora, ma vuoi l’emozione, vuoi la scarsezza, chissà, il risultato immortalato nella foto era impietoso: Schilirò seduto a terra sul dischetto, caduto miseramente e quel che ne venne fuori fu un incredibile passaggio al portiere che era già pronto a capitolare. Ma anche per lui venne il gran giorno del proscenio. I capi tifoseria (i “macellari”) di allora avevano spinto Sibilia ad allontanare il mister della clamorosa promozione in B Toni Giammarinaro ed era arrivato sulla panchina – indovinate chi? – Oronzo Pugliese, sì, proprio il mitico mago di Turi cui si era ispirato Banfi in quel film, quello del sale sparso sul campo per buon augurio e dei calciatori rincorsi nelle stanze per cercare di scovarli in compagnia fuori ordinanza.

oronzo puglieseLa scelta, però, non era stata gradita dallo spogliatoio, si giocava all’allora “Zoccolari” contro il Palermo e si era sotto di un goal. Schilirò neanche quella volta capì niente e se la giocò alla morte, lui solo. Combinazione, quella domenica non giocava la A e allora la sintesi della serie B (era stata scelta Avellino Palermo) ebbe il posto di riguardo nell’unica rete nazionale di allora, nel pomeriggio domenicale. Il povero Nado Martellini (correggete su Internet, perché c’è scritto Bruno Pizzul) scambiò Schilirò per un fenomeno, visto che giocava solo lui, quel giorno. Si era al secondo tempo, speranze poche di recuperare, ed ecco Schilirò che si invola sotto la Tribuna Montevergine diretto verso l’attuale Curva Sud. Dalla panchina parte Oronzo Pugliese con l’occhio impietoso delle telecamere a immortalare la scena in diretta nazionale, con quella mimica incredibile e una corsa da ragazzino fino alla bandierina. Martellini non sa come commentare: “Ed ecco l’allenatore Pugliese che accompagna personalmente l’ennesima fuga di Schilirò” furono le sue indimenticabili parole che tradivano incredulità. La fiammata durò poco, ben presto toccò di nuovo a Giammarinaro, il profeta della fantastica cavalcata dell’anno precedente.

Ma c’è un altro episodio, l’ultimo che vorrei raccontarvi, sempre di quell’anno. Un’altra comparsa segnò con una prestazione di soli tre minuti, segnò un’impresa in grado di sfidare gli anni. Poco tempo fa ho realizzato un’incursione su Radio Rai per ricordarla, durante il commento post partita con Emanuele Dotto e mister Tardelli. Avevo il numero della trasmissione lì sul telefonino da qualche giorno, chissà come quella sera trovai la linea e mi misero in diretta. “Sono Giovanni da Avellino”, dissi camuffando il nome e un pelino anche la voce. Ricordai alla mitica mezz’ala dei mondiali dell’ ’82 se si ricordava di Orlando Salpini. Eccone un altro. Salpini, una sorta di Criaco ante litteram, per farci capire dai più giovani: anche se giocava a centrocampo aveva fama di mastino. Certo che ricordava, Tardelli, il record di Salpini. Io, di mio, ricordavo di quella partita un giovanissimo numero due del Como che proprio non si riusciva a tenere. Un’Avellino che vinse immeritatamente dopo aver arrancato paurosamente per tutto il secondo tempo. In Internet ho trovato tutto: Avellino-Como 1-0, rete del povero Sauro Petrini (scomparso poi prematuramente per un brutto male) all’11° del primo tempo. Tardelli mi ha controbattuto, ricordava di avere avuto il numero 8 quel giorno, io dicevo il 2, ma la verità stava in mezzo, aveva il 4. Come che sia, la pagella che ho scovato del tempo (era il 22 dicembre del 1974) di Antonio Spina, per l’Unità, fotografa bene la situazione, gli attribuisce un 9, mentre il povero Salpini beccò un misero 3, quanto i minuti giocati. “Espulso al 37° del secondo tempo per un fallaccio a gioco fermo su Tardelli”, recita il tabellino. Praticamente un pugno con palla lontana. Poco prima con un calcione aveva rimediato invece l’ammonizione. In tutto due interventi, neanche un pallone toccato. Sempre il tabellino immortala il record sancendo che l’ingresso del rude mediano era avvenuto al 33° minuto della ripresa, al posto dell’ala Ronchi, ultimo disperato rimedio escogitato dal povero Giammarinaro. Espulso al 37°, abbiamo detto, fate un po’ voi i conti.

Avellino_1980-81

Cronache di altri tempi, rievocate in casa Candelmo. Altro calcio, più ruspante. In curva, ce n’era una sola, al centro in basso dove ora c’è la Nord spuntarono i primi Ultras, di Atripalda, io la vedevo più in là, in curva ma dal lato della Montevergine con i miei amici, nella zona dove un gruppo di netturbini, armati di mazze picchiavano come ossessi su una vecchia lavatrice, evocando la sigla del telefilm in voga in quegli anni. “Sandokan, Sandokan” dan-dan dan (tutti a picchiare sula lavatrice fatta entrare chissà come) “…a forza ci dà”.

Eppure quella B così eroicamente conquistata nella lunga corsa col Lecce del ’72-’73 la riuscimmo a difendere. E già incubava nell’ambiente, inconsapevolmente, in quell’entusiasmo rozzo ma genuino, il sogno di un’intera provincia, poi realizzatosi in un indimenticabile pomeriggio di Genova.

Tornando a Roma, ieri, quella fila al botteghino per fare il biglietto di una partita di Coppa Italia, in pieno agosto mi fa ben sperare. Taccone, sta accadendo qualcosa attorno all’Avellino, evitiamo polemiche inutili sugli abbonamenti. E chissà che, dopo 5 fallimenti, non sia la volta buona. Non scommetto niente, ma ci spero. Avremo momenti difficili, di sicuro, in un campionato lungo, lunghissimo, forse crederemo di individuare anche oggi qualche schiappa biancoverde modello 2013-2014. Ma Rastelli sa quel che fare. Con un po’ di pazienza, e andando al ricordo di quelle schiappe che alla fine portarono buono, forse potremo tenere stretta questa categoria e prenderci pian piano confidenza. E vedrete che, non a lungo, non quest’anno, l’impresa del Grande Ritorno nella serie che oggi non si può nemmeno pronunciare (che sembreremmo marziani) potrebbe apparire più abbordabile di quanto oggi non si pensi. Anche perché, dall’alto, ci sara’ anche la spinta di Vincenzo Sirignano, tifoso di Mirabella, scomparso in questi giorni proprio per sostenere questo sogno.

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