Donn’Antonio, il vendicatore del furto del ‘49

Cari amici, “siti tante pappemolle. Ma tu addò vai co sta trasmissione?”. I grandi sono quelli in grado di sopravvivere a se stessi e di regalarci un sorriso anche nel passo di addio. Il commendatore Antonio Sibilia è fra questi, e consentitemi di esordire con questa Rastrellata a lui dedicata col celebre epilogo della lite in diretta con mister Papadopulo a Linea Verde Sport. Un modo per inserire subito una nota lieta in questa rievocazione che di per sé non può che avere il sapore triste. La nota lieta è il ritorno sugli schermi della storica trasmissione di Irpinia Tv, e i conduttori Marco Ingino e Titti Festa mi faranno l’onore lunedì sera di essere lì in studio al loro rientro in campo, dovrebbe esserci anche il presidente Taccone, ma il parterre mentre scrivo è ancora in fase di completamento.

Lite Padopulo-Sibilia a Linea Verde Sport

In questi giorni sono stati tirati fuori tanti video vecchi o recenti del commendatore di Mercogliano e mi ha colpito uno di pochi anni fa, credo fosse già 90enne, in cui proprio Titti Festa e un altro collega lo incalzano circa l’ipotesi di tornare in scena nel nuovo Avellino di Taccone, magari con l’incarico di presidente onorario. La smentita di Sibilia è come al solito bruciante: “Io quando volevo fa fuori a quaccheruno lo nominavo presidente onorario”. Vero. L’affermazione ci consente di andare indietro nel tempo all’estate del 1978. Ci sovviene nitida un’immagine serale per il Corso, Sibilia seduto davanti al caffè Nazionale (il bar del “Topolino”). Si era due anni prima del terremoto e l’Avellino era appena salito in serie A con la più incredibile e inaspettata delle imprese, e il primo a non aspettarselo era proprio lui, il commenda, che dalla società dell’Avellino si era tirato fuori da due anni pronosticandone il declino. Le frettolose ricostruzioni di questi giorni lo descrivono come il presidente che ci diede la serie A, ma i più attenti studiosi dell’Avellino calcio sanno che la verità è ben diversa.

Quella promozione in realtà, sotto sotto, fu una brutta delusione per lui. Mai e poi mai avrebbe pensato che l’impresa sarebbe riuscita al suo competitor Arcangelo Iapicca, il commendatore di Mirabella Eclano. Sibilia – in pochi lo hanno ricordato – gli aveva lasciato in mano, con strascichi polemici e giudiziari, la guida della società e si era messo in testa di rientrare nel calcio che conta con una società e un campo di gioco tutto suo. Se ne giova ancora l’Avellino per i suoi allenamenti, parliamo del campo Sibilia di Torrette di Mercogliano, dove giocava, appunto, la nuova creatura del commendatore: l’Irpinia, in cui militava, in difesa, anche suo figlio Cosimo, giovanissimo, che poi però avrebbe lasciato i campi di calcio, preferendo gli studi di scienze politiche su input del papà-padrone.

La città non era pronta all’improvviso salto di categoria, lo stadio era inadeguato, Sibilia vide quella promozione dell’Avellino da cui si era allontanato da due anni come uno smacco, ma anche come l’occasione per rifarsi sotto. Ed allora, eccolo lì, nelle sere d’estate del 1978, seduto da solo, lo ricordo benissimo, a tenere banco davanti al caffè Nazionale per dire ogni male possibile della società retta da Iapicca. Sibilia così metteva le basi per il suo rientro. Sarà un rientro per gradi, nell’ambito di una lunga telenovela societaria che vide delle complicate cordate reggere le sorti della società arrivata in A senza che nulla fosse stato previsto o programmato. Presidenti della A furono all’inizio Matarazzo e Sara, ma Sibilia era tornato, e dietro le quinte sarà di nuovo lui a muovere i fili del mercato, con Iapicca, il presidente della promozione relegato – ecco l’allusione di Sibilia – nel ruolo di presidente onorario.

Poi le vicende giudiziarie ben note della medaglia a Raffale Cutolo portata da Juary nel bel mezzo di un processo e il misterioso ferimento del giornalista Luigi Necco, altra vicenda che lo chiama in ballo, del quale però non è mai stato giudicato il mandante. Luci ed ombre, anche sul piano sportivo, non vorremmo andare controcorrente ma noi il commendatore preferiamo ricordarlo per i suoi grandi meriti iniziali, dei primi anni ’70, in cui rilevò il club da Annito Abate e vide nel nuovo impianto di contrada Zoccolari la leva su cui tentare la scalata al calcio che conta. Preferiamo ricordarlo così, attraverso quella foto che pubblica la trilogia di Leondino Pescatore sui 100 anni dell’Avellino, accanto a un monsignor Pasquale Venezia vescovo benedicente, il sindaco di allora, il caro Nacchettino Aurigemma, Fiore Caso, l’accompagnatore Mario Conte. Era la prima partita al nuovo impianto che mandò in pensione il piazza d’Armi e chissà che Sibilia non avesse già in mente la scalata alla B, in quel bel pomeriggio di festa. Anche se poi sarà solo zero a zero, con il Brindisi, con ben 12mila persone sulle gradinate, accorse per l’evento.

L’anno dopo a leggere la formazione del 1971-‘72 scopri che il commenda aveva già posto le basi per il miracolo dell’anno successivo, con Zucchini, Palazzese, Zoff, Marchesi che erano già dei nostri e l’anno dopo con Miniussi, Codraro Piaser, Piccinini, Fraccapani, Pantani e Nobili avrebbero costituito l’undici più indimenticabile della storia dei lupi, che pure conosceranno 10 anni di A. Non sono il solo a pensarlo, l’impresa di quell’anno che portò l’Avellino in B resta la più epica di tutte, anche dopo 10 anni di A e il presidente che ce la regalò merita di essere ricordato a imperitura memoria e merita le lacrime del capitano di allora Mauro Pantani arrivato di corsa in Irpinia a rendere l’ultimo omaggio al suo presidente.

Del Sibilia degli anni d’oro molto si è detto e non saremo noi ad aggiungere altro, per il seguito qualche ricordo ci sovviene relativo al suo ritorno in scena del 1994-’95. Mise in campo uno squadrone, basti scorrere solo qualche nome, Totò Fresta, Carmine Esposito, Fabrizio Fioretti, Antonio Marasco. In panchina Peppe Papadopulo, uno degli ultimi mister che ad Avellino siano stati chiamati per nome dalla curva. Sarà che la squadra che gli aveva messo in mano era forte davvero, sarà la gelosia per la popolarità di cui godeva l’ex calciatore della Lazio approdato sulla panchina dei lupi, Sibilia a un certo punto decise che non c’era posto per tutt’e due. E naturalmente dopo la lite in diretta toccò al mister andar via per far posto a Zibi Boniek. La spuntammo per il rotto della cuffia a Pescara, nello spareggio promozione con il Gualdo. E che sorpresa, negli spogliatoi dell’Adriatico veder sopraggiungere, per aggregarsi alla festa promozione, due grandi eroi di quella impresa di 22 anni prima, il mediano Vincenzo Zucchini, che viveva a Pescara e mister Toni Giammarinaro che è di Chieti.
Ricordo quel giorno un Marco Landucci, eroe di giornata per aver parato il rigore decisivo, quasi malinconico nell’intervista finale, trattenendo a stento, credo, una polemica verso il presidente padre-padrone che lo aveva aspramente criticato.

Ma l’impresa di tenere l’Avellino in B non gli riuscirà. Fui testimone diretto di un episodio chiave. Del lunghissimo colloquio che Sibilia ebbe in estate con Pasquale Luiso e il suo procuratore. Vidi il Toro di Sora uscire stremato che era ormai pomeriggio, il commendatore aveva invece lo sguardo di chi l’aveva spuntata lui, mentre dava l’annuncio tramite me a Itv, dell’acquisto avvenuto. Poi si sarebbe saputo di un succoso retroscena: a Luiso – per chiudere l’estenuante trattativa – era stata promessa la Mercedes del commenda, nell’ipotesi che avesse segnato 15 goal. Il 15cesimo lo realizzò per davvero e al Partenio il Toro di Sora lo andò a festeggiare sotto la Tribuna Montevergine facendo il gesto dello sterzo al commendatore per ricordargli la promessa. Ma di recente Luiso ha chiarito meglio come andò. Sibilia gli fece provare solo l’ebrezza, un giretto e via e poi volle indietro le chiavi. Questo episodio, altre dicerie su premi salvezza mai accordati… O forse doveva andar così, fatto sta che non bastarono i 19 goal messi a segno da Luiso, l’Avellino se ne scese man mano e per Sibilia con il ritorno in C sarebbe suonata la parola fine nella sua esperienza in biancoverde.

Ma quanti episodi, quanti aneddoti legati al suo nome. Uno lo ho ricordato qualche anno fa a Marco Tardelli in diretta su Radiorai. Quando Orlando Salpini fu espulso dopo soli tre minuti. Sguinzagliato da Toni Gimmarinaro per tentare di fermare questo mediano imprendibile del Como, ci provò in soli tre minuti, prima con un calcio (ammonito) poi con un pugno (espulsione). Tardelli ricordava benissimo, perché il Como perse quel giorno al Partenio nel più immeritato dei modi. Sibilia, raccontò Tardelli, gli ricordò l’episodio con la solita ironia nello spogliatoio del Comunale, in un Juventus-Avellino. “Ti ricordi – gli disse – quando ti spedii Salpini per fermarti?”. E risero insieme al ricordo.
Un benemerito della classe giornalistica che con lui non restava mai a bocca asciutta. Un giorno a Venezia Cosimo Sibilia mi si fece incontro minaccioso: “Tu ‘o genitore l’ha lascià stà!”, mi disse. Che cosa era accaduto? Che Sibilia era entrato in urto con i tifosi per una mia intervista in cui – come spesso gli capitava – li attaccava percé non sottoscrivevano l’abbonamento. Ma io – cercai di spiegare a Cosimo – non avevo fatto altro che lasciargli il microfono, non ci avevo messo niente, di mio. Se aveva idea di dire una cosa, non si faceva certo pregare.
Anche gli umoristi gli debbono qualcosa. A volte mia madre arrivava nella mia stanza pensando stesse accadendo qualcosa, sentendomi urlare da solo. In realtà erano le imitazioni di Eugenio Corsi a Retenews (ricordi, caro Franco Insardà) a farmi ridere tanto forte che sembravano grida. Ma la cosa più simpatica Corsi me l’ha raccontata lo scorso anno a Roma alla festa di Antonio Pascotto. Una volta imitatore e imitato si incontrarono faccia a faccia nel sottopassaggio del Partenio. “Ue vagliò”, disse, e a Eugenio gli si squagliò il sangue addosso. Il commendatore lo spinse spalle al muro e chiese spiegazioni: “Ma pecché, io parlo accossine?”, gli chiese con il suo vocione inconfondibile. Ad Eugenio, nella concitazione del momento, venne di rispondere di sì, che parlava proprio così. Ed ebbe la splendida intuizione di dirglielo imitandolo: “E pecché, come c. parli?”. Fu la sua salvezza. Il commendatore lo guardò in faccia, gli scappò da ridere, e lo lasciò andare.

Un uomo che dietro la scorza burbera aveva un cuore grande, lo hanno detto in tanti. Ma non vorremmo eccedere nelle celebrazioni post mortem, dobbiamo dire con chiarezza che non ci ha mai convinto il modello dei padre padrone cui si ispirava, con gli allenatori perennemente sulla graticola e un gruppo continuamente sotto torchio. Anzi, diciamolo con chiarezza, una rubrica come questa è ispirata proprio all’idea inversa del gruppo, della programmazione, della continuità di un progetto, senza i quali oggi come oggi, specie per una provinciale con risorse limitate come siamo noi, non si va da nessuna parte.
Un personaggio d’altri tempi cui dobbiamo, però, la promozione in B che ancora il Benevento insegue per la prima volta, 23 anni dopo la ruberia perpetrata dagli avversari di oggi. Quando il giudice sportivo ci tolse la vittoria conseguita sul campo con una rete di Fabbri (la scarpa fu esposta alla vetrina di Pepere, al Corso, per alcuni giorni, prima della beffa), proprio contro il Catania.

Imitazione Eugenio Corsi di Sibilia

Catania che ci consente di lanciare un grande in bocca al lupo a Pietro Terracciano, sfortunato estremo difensore degli etnei e indimenticato nostro portiere saracinesca, nonché caro amico. Tieni duro, tornerai a farti valere, oggi speriamo però che il tuo sostituto Frison ci dia qualche soddisfazione. Il test è durissimo, appena appena mitigato dalla notizia del forfait di Rosina. Noi optiamo per una formazione piuttosto abbottonata: GOMIS, PISACANE, VERGARA, CHIOSA, BITTANTE, D’ANGELO, KONE, ARINI, VISCONTI, CASTALDO e COMI.
Alla prossima!