Il Guerriero di Ascea e il Guerrigliero Sparito

Attico De Rossi
L’attico di Daniele De Rossi

Cari amici, un grazie innanzitutto per la crescente attenzione che si registra nei numeri di letture e condivisioni. Quando e fin quando potrò cercherò di onorare questo appuntamento.
Ogni mattina quando passo sotto casa di Daniele De Rossi, questo attico sul lungomare di Ostia, per accompagnare a scuola mio figlio Ivan, gli lancio uno sguardo di sfida come per dire: stiamo arrivando! Mah, deliri da capolista, ma non si sa mai…
Questa puntata sarà dedicata al capitano Angelo D’Angelo, che questa settimana, pur facendo ancora fatica con il tallone infiammato, è rientrato nei ranghi. Si può essere amici di un giocatore per cui fai il tifo? Io ribalto la domanda? E’ vietato quando scopri che è un uomo vero a capeggiare lo spogliatoio di una squadra cui sei affezionato da sempre? Rispondetemi voi. Il racconto parte dalla nostra breve passeggiata a Trastevere con il capitano e la consorte Celeste, breve per non sforzare il tallone, siamo andati in via della scala, che mi ha ricordato una canzone di Stefano Rosso, potete ascoltarla è bellissima

Questa canzone ci rimanda a tempi antichi, belli perché si era più giovani, belli perché l’Avellino ci dava soddisfazione fino a regalarci un sogno. A me poi ricorda le prime radio private, il liceo scientifico e le mie prime interviste, l’attrazione fatale per il mondo della protesta politica, che non abbracciai solo perché fu più tempestiva la proposta cristiana come via – molto più concreta – per inseguire la giustizia su questa terra. Stefano Rosso è l’autore trasteverino di questa splendida canzone, frequentatore di questi mondi e del glorioso Folk studio che lanciò fra gli altri De Gregori e Venditti (Rosso invece è prematuramente scomparso qualche anno fa). Mondi che, caro Guerriero di Ascea, mi fanno andare col ricordo, per analogia, a quel grande giocatore romano che quando tu non eri ancora nato con quella stessa maglia giocava nel tuo stesso ruolo con qualche similitudine, nei piedi, ma non nella testa. Non sarebbe esistito Adriano Lombardi goleador della promozione sebbene mezzala, se alla sua destra, un po’ indietro, Maurizio Montesi – è dui lui che parliamo – non avesse macinato i chilometri che macinò e legnato come il capitano di allora non era capace di legnare. Montesi era romano de Roma, frequentatore e propugnatore della protesta politica, come Rosso, e provò ad applicarla anche al calcio con risultati devastanti.
Una storia incredibile la sua, che sono andato a rievocare e approfondire in questi giorni. Montesi era stato un giocatore di una grande primavera della Lazio, che vinse il campionato e sfornò i vari Bruno Giordano, Lionello Manfredonia, Andrea Agostinelli, Stefano Di Chiara. L’allenatore era Paolo Carosi, che quando giunse ad Avellino volle anche Montesi con lui in quella formazione che, non si sa ancora oggi come, riuscì ad acciuffare la promozione pur non avendo un attaccante in grado di fare più di 6 reti, quante ne realizzò Vincenzo Chiarenza. Chi sa che la spiegazione non stia nelle parole che sentivo ieri alla trasmissione di Michele Criscitiello da Nicola Legrottaglie che, passato ad allenare i giovani, ci ricorda come i valori e l’unità di un gruppo facciano la differenza, mentre può bastare anche una sola mela marcia per rovinare tutto.
Ebbene Montesi aveva tutte le caratteristiche per essere propria la testa calda, la mela marcia. Confermato in A dopo la promozione concesse un’intervista a Lotta Continua, il cui testo è pubblicato nella trilogia di Leondino Pescatore sui 100 anni dell’Avellino sebbene serva un errata corrige in quanto si parla del Manifesto, invece – ripeto – era Lotta Continua, giornale di ben altra incidenza politica in quegli anni. Montesi disse in sostanza che i tifosi sono degli “stronzi”, specie quelli di Avellino, che si disperano e fanno proteste di piazza per una partita e un errore arbitrale, che pretendono uno stadio da 40mila in una città di 60mila e non si curano di un ospedale con gli scarafaggi e carenza di posti letto.

Maurizio Montesi Avellino
Montesi ad Avellino

Di quell’intervista che in qualche modo metteva il dito nella piaga passò solo la brutta parola, ma neanche tanto, perché in fondo ai tifosi Montesi piaceva e la sospensione che gli comminò la società non fu gradita a tutti. Collegato con gli ambienti di Autonomia e Potere operaio anche ad Avellino ottenne allo stadio (altri tempi) l’esposizione di uno striscione “Hasta Montesi siempre” di colore rosso, che alcuni volevano far togliere ma non ci riuscirono. Anche perché non tutti capirono che cosa volesse dire, qualcuno pensò addirittura che fosse una protesta contro di lui scambiando “Hasta” per la traduzione di “basta”. In ogni caso quella vicenda lo porterà a fine anno lontano da Avellino per rientrare nella sua Lazio, senza mai più raggiungere quei livelli cui sembrava destinato vista la sua giovane età. Complici anche due brutti infortuni,. Nel febbraio 1980 nella gara interna con il Cagliari, all’Olimpico in uno scontro di gioco si fratturò tibia e perone. La degenza gli procurò altri guai. In un’intervista-denuncia a Repubblica a Oliviero Beha mise le basi per l’inchiesta del calcio scommesse. Alla fine lo stesso Montesi risulterà coinvolto per omessa denuncia e squalificato per quattro mesi. Dopo la squalifica torna in campo con la Lazio in B, finché un nuovo infortunio, contro la Sambenedettese, lo costringerà ad abbandonare la carriera agonistica in maniera definitiva a soli 26 anni.
Questa fine anticipata della carriera segnerà la caduta in ambienti ai quali, evidentemente, grazie i tanto deprecati guadagni del calcio, era stato sottratto. Nel giugno del 1992, in un’ imbarcazione affondata al largo di Fiumicino vennero scoperte oltre tre tonnellate e mezzo di hashish, per un valore di 40 miliardi di lire, mica bruscolini. Montesi risultò coinvolto in quel gigantesco traffico e dovette scontare 4 anni di reclusione. Di lui, ed è davvero incredibile questo, si perderanno poi le tracce, tanto che oggi non si sa dove sia. Se sia vivo – sicuramente sì – e se sia in Italia, o più probabilmente all’estero, qualcuno dice in India.
Caro Angelo, come era diverso da te fuori dal campo questo grande giocatore, tuo predecessore nel ruolo nell’Avellino e dalla testa un po’ così. Anche se, è la mia opinione, il calcio deve e può aiutare una città che stenta a ritrovarsi, non essere solo evasione, non aveva tutti i torti Montesi, insomma, se no facciamo la fine di Napoli che ha solo il calcio e il resto che cade a pezzi. A noi, però, proprio l’anno dopo di quelle dure dichiarazioni, il calcio aiutò invece a ritrovare la strada, un senso di comunità e la forza di reagire dopo la tremenda ferita del terremoto. E anche ora che Avellino vive un momento difficile dovrebbe imparare dal calcio che cos’è l’unità d’intenti e la programmazione e a quali risultati possono portare pure in una città con mille carenze e difficoltà come è Avellino.
Comunque il messaggio è chiaro: se ce la fecero loro, ti assicuro, Angelo, che a maggior ragione ce la potete fare voi, per caratteristiche tecniche, chiarezza di idee della società che se non sono il top sono, vi assicuro, non certo da meno di allora. Del mister non parlo, mi ripeterei, ma l’identikit che tracciava ieri Legrottaglie sembra proprio tratteggiare la figura del nostro Massimo Rastelli, uomo in grado di tirare il meglio dai suoi uomini, mettendo al centro il fattore umano che è decisivo, diceva l’ex atleta di Milan, Juventus e Catania, che un po’ di calcio ne ha masticato. E tu, Angelo, di tuttò ciò sei simbolo ed esmpio.
Debbo, sempre sul filo della nostalgia anche un saluto al mio amico Alfredo Guerriero Angelo Picarielloche ho ritrovato sui gradoni di Terni dopo tanti anni. Con lui andammo a Genova, nella partita che sancì la promozione, e in mezza Italia appresso all’Avellino in A e B. Ai due goal di Castaldo ho potuto testare nell’abbraccio un certo aumento di circonferenza, ma su, non sottilizziamo. Tanti ricordi anche in questo caso. Si giocava sul cantiere dell’attuale Roseto, non distante dallo Stadio, e lui era dominatore incontrastato della fascia sinistra. Una specie di Zappacosta, nel senso che lui si avventurava nello “zappato”, sotto le nucelle e non c’era nessuno disposto a inseguirlo in quei terreni cos’ accidentati, cosicché te lo vedevi rispuntare – vero, coautore Antonello Candelmo? – quasi sulla linea di fondo dove era arrivato per assenza di avversari. In quei giorni, è lui testimone, il Rastrellatore sottoscritto sarebbe anche stato “visionato” da Gigi Lo Schiavo, papà dell’attuale ds del Benevento, il quale – non accadrà mai più – chiese informazioni su quel sedicenne con la maglia dell’Olanda che batteva le punizioni. Vero Alfredo? Lui dice di sì, me lo ha confermato.
Ma va be’, veniamo a noi. Ci ritroviamo clamorosamente capolista. Io vi dico come la penso. Finora ci ha detto bene, con due punti in meno forse c’era la fotografia più realistica di quel che siamo in questo momento e dell’esigenza di migliorare che ancora abbiamo. Un giornalista ha chiesto la mister in sala stampa dopo il Carpi se non si senta in mezzo al campo la tua assenza, Angelo, e il mister ha detto che ti aspetta, con affetto e stima. Dunque questa rubrica a te dedicata, ricordando quel glorioso passato in segno di augurio, serve anche a salutare il tuo rientro nella truppa con la speranza possa essere della partita almeno per un po’.
Una sola raccomandazione ai tifosi. Non è stata opportuna tutta questa incursione nei siti baresi a surriscaldare il clima, errore di fair play ed errore strategico, visto che siamo la capolista e abbiamo questa grande storia. Ai miei tempi Franco Iannuzzi diceva sempre in trasferta: “alluccammo pe Avellino” e sono certo dica lo stesso anche ora. Così come sono certo che siano errori isolati, lo spettacolo che il pubblico ha dato con il Carpi mi pare che ci confermi, tutti insieme, pronti al grande salto. Perché se è vero che possiamo ancora migliorare è anche vero che un inizio così per una squadra giovane e molto cambiata davvero non era in preventivo. Ora, se – appunto – restiamo umili e con i piedi per terra possiamo confermarci, ma lo faremo solo migliorando e mantenendo quella fame senza la quale, lo ricordava il grande Fabio Pisacane, non siamo nessuno.

Al San Nicola, avendo la scorsa settimana vinto la scommessa sulla promozione di Visconti e il sacrificio di Vergara dopo l’errore di Terni, riterremmo un lusso il raddoppio con Zito nelle percussioni sulla sinistra. Dunque opteremmo per un centrocampo operaio e collaudato con Arini Konè e Schiavon con Bittante e Visconti laterali, diligenti nel fare entrambe le fasi. Per il resto solo conferme.

ECCO LA FORMAZIONE: Gomis, Pisacane, Ely, Chiosa, Bittante, Arini, Kone, Schiavon, Visconti, Castaldo, Comi.

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