Il Rastrellatore indossa l’elmetto

Cari amici,
Qualche anno fa, in Libano ospite del nostro contingente in missione di pace, la mattina, al risveglio nel mio container, ero vittima come di un incubo, fra veglia e sonno. Dal container a fianco perfettamente distinte arrivavano le chiacchierate dei colleghi, un giro di analisti militari e reporter di guerra, che appena svegli andavano con la memoria ad altre spedizioni, parlavano di obici e cannoni, di mine e calibro di proiettili come io posso parlare di 4-4-2 o 3-5-2 con Marco Ingino, Titti Festa e Sabino Giannattasio, vittime abituali delle mie elucubrazioni pre-partita. Li chiamavo “radio Kabul”, li sfottevo a mensa: “Vi manca la guerra, eh?” e loro non ne facevano mistero: “Non ci sono più le guerre di una volta”, mi rispondevano sinceri.
Ecco, ho l’impressione che ci sono persone così, anche ad Avellino. Sentono l’odore del sangue e pensano che sia arrivato finalmente il loro momento. Datevi pace ancora un po’, dico a costoro. Non è ancora detta l’ultima parola. In ogni caso noi siamo e saremo sul fronte opposto, quello del contingente di pace, non a caso il generale Gerardo Restaino e il tenente colonnello Giovanni Greco, ora di stanza a Roma, dai tempi del Libano sono diventati miei amici, nel profondo dell’animo.
Il Rastrellatore, comunque, fiuta l’aria e indossa l’elmetto per questo finale di campionato, gli otto lettori abituali sono avvertiti. Anzi è spuntato il nono oggi su Fb, Antonio Iannaccone, benvenuto e grazie. Indosserò il casco blu dell’Onu, s’intende. In difesa come un sol uomo del mister, ora più che mai, perché mai vorrei che le forze che puntano a disamorarlo a questa piazza in cui si trova benissimo e spaccare il gruppo avessero il sopravvento. Apprendo con viva preoccupazione delle dimissioni del mental coach Pietro Bianco persona vicinissima al mister che non aveva molto condiviso la gestione della polemica fra curva e squadra. Un professionista che gode della mia stima più incondizionata. Non un bel segnale.

Mental Coach Pietro Bianco
Pietro Bianco, ex Mental Coach dell’Avellino

Intanto, però, più passano i giorni e più di Castellammare ci restano dentro le cose positive e i positivi auspici che vi si possono rinvenire. Il recupero di Togni, che ho visto molto bene (fisicamente e come approccio mentale) la capacità di recupero dimostrata dalla squadra due volte in svantaggio, la vena ritrovata degli attaccanti, gli sfottò rimasti nel gozzo ai nostri rivali. Queste le note positive che restano. È stato, debbo dirvi, un giorno singolare per me. A pranzo, come mio dovere, sono andato a trovare i miei amici di Sorrento, Amedeo e Milena, e c’era con loro anche il caro amico don Fabio Savarese ex parroco di Vico Equense, ora trasferito a Sant’Agnello. Mi ha detto che alle 17.30 avrebbe avuto il rito del Giovedì Santo, ho fatto due conti e ho deciso di andarci, con l’officiante che prometteva tempi contingentati compatibili con l’impegno agonistico delle 20.30. Arrivato lassù in cima sulla montagna che domina il golfo di Sorrento ho visto un ragazzo che usciva dalla macchina come Speedy Gonzales per recarsi in Chiesa. Poi ho capito che lo stavano attendendo per la lavanda dei piedi. Ma il dramma è che si trattava dell’undicesimo. Appena ho messo piede in Chiesa sono stato letteralmente attorniato, col parroco che annuiva, alla richiesta implorante di indossare la veste bianca. Mancava ancora, in sostanza, il dodicesimo apostolo. Don Fabio ha ribadito solennemente che avrei fatto in tempo e così mi sono prestato. Non sono in possesso di foto per documentare l’inedito ruolo, ma numerose testimoni sì, tutte donne, perché – appunto – i maschi da arruolare erano terminati. Riconsegnata la veste bianca, alla fine, e ricevuto da tutti l’augurio di buon derby in sagrestia mi sono diretto verso Castellammare riflettendo fra me e me: «Il dodicesimo apostolo… Uhm… Ho fatto Giuda», ho pensato. No, mi sono detto, io non tradirò mai il nostro mister, riflettevo.

In tribuna stampa, poi, l’ho vissuta proprio male. Ero nero, a un certo punto si perdeva e mi son visto guardare in modo non amichevole da un collega che non conosco, pensavo si trattasse di uno stabiese dalle occhiate che mi gettava, e invece mi fa: «Ti seguo su Facebook, eh!», Ah grazie. «Va buoò, ci simmo salvati, e ‘o ringraziammo. Ma mo’ o potimmo criticà, sì?». Mi ha chiesto insomma il permesso di criticare Rastelli. Ci mancherebbe, criticate pure. Per il momento dalla parte “nostra”, mi ci metto anch’io, c’è una promozione diretta e una salvezza con due mesi e mezzi di anticipo, i detrattori ci facciano sapere quali sono invece i loro meriti e prenderemo appunti.
Intanto il presidente Taccone, che siamo stati costretti a criticare la volta scorsa, come i 9 lettori sanno, per aver parlato un po’ troppo e soprattutto in una fase in cui sarebbe stato meglio trattenere il fiato (essendo ancora tutto in gioco) ha scelto il silenzio con l’obiettivo di ricompattare le fila. Scelta logica, intelligente e lungimirante. Solo una raccomandazione, però. Una volta chiusi i rubinetti della comunicazione diretta forse sarebbe il caso anche di dare una stretta in più perché da qualche parte gocciola ancora e l’effetto è fastidioso e martellante, nonché altamente nocivo per l’unità dell’ambiente. Anche perché qui bisogna capire una cosa. Non ci sono processi da imbastire, né ci sono capi di imputazione: c’è solo da compiacersi, tutti (dunque, Taccone per primo) per i risultati impensabili conseguiti, stingendosi tutti intorno alla squadra per quelli che possiamo ancora conseguire.

Massimo Rastelli Allenatore

Più di un collega si è detto meravigliato per la serenità con cui il mister si è presentato alla solita “messa cantata” con la stampa prima della gara. Così anche la squadra appare serena. E a me non meraviglia. Nella privilegiata posizione a Roma che ci ha consentito di aver contatto con metà dei giocatori avvicendatisi nel tempo a Villa Stuart – da Terracciano, a Izzo, da Ladriere a Zappacosta, da Peccarisi a Bittante (a proposito, auguri a Luca per il suo rapido rientro ad Avellino) abbiamo potuto percepire solo conferme di un gruppo straordinariamente compatto, come difficilmente ne avremo di nuovo in futuro, un gruppo in grado do reggere a cattiverie di ogni tipo fatte piovere su di loro e opportunamente ovattate dal mister.
Ma non solo i giocatori, penso allo staff, al clima che ha saputo creare il preparatore dei portieri David Dei fra i tre estremi difensori che in tutti i modi abbiamo cercato di contrapporre, penso a quello che sta dando Paolo Pagliuca, lui a noi, in questo momento in cui ha bisogno lui del nostro, di incoraggiamento. Penso persino ai genitori dei giocatori, ai papà di Angiulli e anche di Bittante, che seguono abitualmente la squadra al di là del fatto che i loro figli siano impiegati o meno, dando un esempio a tanti genitori mitomani dei campionati giovanili. Sarà pure che noi dobbiamo essere affezionati alla maglia, come si dice, e fra poco farà mezzo secolo che lo sono, ma io confesso di essere un pelino affezionato anche a tutta questa carovana, che siamo stati capaci di creare, tanti tifosi, colleghi, con cui è nata sincera e disinteressata amicizia, e non sarà l’esercito del male rimessosi in movimento a far cadere tutto ciò. Non possiamo, non dobbiamo permetterlo, ricordando dove eravamo finiti per andare dietro a questo opposto modo di essere: rissoso, calunnioso e malpensante su tutto e tutti. Anche Togni, al centro di mille cattiverie, ha dato una grande lezione di professionalità facendosi trovare pronto al momento opportuno, allenandosi sempre con scrupolo senza mai replicare alle critiche pur essendoci tirato per i capelli da tanti, da troppi.

Romulo Togni
Romulo Togni

Io non chiedo altro, chiedo che questa favola possa continuare insieme ai suoi principali protagonisti che vorranno ancora esserne parte. Certo, un ingresso nei play off aiuterebbe e non poco, e il miglior viatico sarebbe una vittoria col il fortissimo Crotone. Una partita che andrà giocata con la massima attenzione in difesa, una generosità vecchi tempi a centrocampo, e un discreto cinismo avanti modello Castellammare, dove Castaldo e Galabinov hanno capitalizzato al massimo.
Una sola raccomandazione: occhio alla stella dei calabresi, il 20enne Federico Bernardeschi. È vero che non è l’unica, come ricorda il mister, ma senza rispolverare il doppio triangolo che il mitico Camillo Marino a Radio Irpinia proponeva per imbrigliare Beccalossi (come ricorda il coautore Antonello Candelmo) qualcosa bisogna inventarsi e non nella ripresa, come accaduto all’andata, dove l’ingresso di Bittante (purtroppo ancora indisponibile) si rivelò tardivo, nonostante l’ottimo secondo tempo che riuscimmo a disputare. Il mister ne ha provate molte, e indovinare la formazione non è per niente facile. Scommetteremmo su un inizio con Peccarisi preferito a Fabbro all’inizio con Izzo a destra e Pisacane a sinistra. A sinistra appena avanti Pisacane potrebbe posizionarsi Angiulli preferito a Millesi in virtù della velocità di cui c’è molto bisogno in quella zona del campo. Scommettiamo su Togni in campo con mille dubbi legati alle condizioni atmosferiche. E osiamo sperare in una prova ai vecchi tempi di Zappacosta.
Quindi: SECULIN, IZZO, PECCARISI, PISACANE, ZAPPACOSTA, D’ANGELO, TOGNI, SCHIAVON, ANGIULLI, CASTALDO E GALABINOV.
Forza Lupi!

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