Lacedonia (Avellino): aria salubre, acqua limpida e natura incontaminata

Dopo aver parlato della ferrovia Avellino-Rocchetta e di Cairano, il paese dei coppoloni, ho pensato di continuare il nostro viaggio irpino proprio seguendo la linea ferroviaria dimenticata, partendo da Lacedonia e soffermandomi nei paesi di cui non ho ancora parlato, per arrivare finalmente ad Avellino, dove “rimanere” più di qualche numero.

Sopra un’alta collina, i cui tre versanti più ripidi sono denominati le “Rupi”, in bella posizione panoramica, da cui si ammira un vastissimo paesaggio interrotto solo dal Monte San Mauro (alto circa 650 metri) e dal Monte Arcangelo (di 865 metri), Lacedonia è un paese di antiche tradizioni agricole, che grazie alle abbondanti acque dei fiumi e torrenti circostanti, dispone di campi estesissimi da cui si ricavano in abbondanza cereali, prodotti ortofrutticoli ed uva. L’economia locale trae reddito anche dall’allevamento e prodotti derivati (lana e latticini), nonchè dalla produzione artigianale di merletti e ricami. Il verde paesaggio è caratterizzato dalla presenza di piccole masserie e frazioni isolate.

Stemma di Lacedonia

Come tanti Comuni irpini limitrofi, Lacedonia ha patito il dramma dello spopolamento e dell’emigrazione, che ha letteralmente dissanguato il paese, tanto che oggi gli abitanti sono meno della metà dei residenti di mezzo secolo fa. Nel territorio di Lacedonia rientra la porzione settentrionale del lago San Pietro, un bacino artificiale alimentato dalle acque del torrente Osento. All’ingresso del paese, colpiscono le piccole case antisismiche, risalenti al terremoto del 1930, ancora al loro posto, sia pure disabitate. Tra i prodotti tipici, molto apprezzati e saporiti sono gli asparagi, che si ricavano in gran quantità dal sottobosco. Nel periodo natalizio, tanti erano i dolci che si preparavano, ed in parte, lo sono ancora oggi: sfogliatelle (ripiene di marmellata di amarena o ricotta), sfringi e strufoli, pettole (pasta lievitata e fritta, coperta da zucchero o miele), cauzuncielli (sfoglie di farina cotte al forno ripiene di pasta di castagne e di cioccolata).

Lacedonia sorge a 736 metri d’altezza sul livello del mare ed ospita circa 3.000 abitanti, con una tendenza demografica negativa che le ha fatto perdere nell’ultimo decennio il 5% della popolazione, portandola molto al di sotto del dato statistico di fine XIX secolo (5802 abitanti), e tremendamente al di sotto dei residenti nel 1947 (più di 7000 abitanti), per poi degradare gradualmente (6000 verso il 1960). Il Santo Patrono è San Nicola di Bari, festeggiato il 6 dicembre. Co-patrono è San Filippo Neri, che si celebra il 26 maggio. Altri eventi sono il Falò di San Giuseppe (19 marzo), la Festa della Madonna delle Grazie, che si tiene la prima domenica di maggio: la statua della Madonna delle Grazie viene portata in processione fino a Lacedonia ad aprile, il Lunedì in Albis, dove viene esposta all’adorazione dei fedeli per circa un mese nella Cattedrale. Successivamente, la prima domenica di maggio, la statua fa il viaggio inverso, sempre prendendo le mosse dalla Cattedrale, intorno alle sette del mattino, per raggiungere il Santuario verso le 10, dove viene ricollocata al suo posto, dopo che siano stati sparati i classici fuochi d’artificio. Poi abbiamo anche la Festa della Trinità (prima domenica di giugno) e la festa di S. Maria della Consolazione (2 luglio). II mercato si svolge ogni lunedì, mentre la tradizionale Fiera delle merci e del bestiame si tiene a settembre. Lacedonia si raggiunge percorrendo l’Autostrada A16 Napoli-Bari, uscendo al casello di Lacedonia (inaugurato il 22 dicembre 1970) ed imboccando la strada che porta al paese dopo otto chilometri.

Veduta di Lacedonia

Lacedonia, trovandosi in favorevole posizione naturalistica ed ambientalistica, offre al visitatore la possibilità di effettuare piacevoli, rilassanti ed ossigenanti passeggiate a contatto con la natura ancora incontaminata, con la possibilità di ammirare diversi corsi d’acqua (torrenti Osento, Vallone Isca, fiume Ofanto, torrente Calaggio) e persino un bacino lacustre artificiale (Lago di San Pietro), creato edificando la diga “S. Pietro” o dell’Aquila Verde. Le potenzialità turistiche dell’area non sono da sottovalutare e già numerosi sono i pescatori che si cimentano nella loro pratica sportiva preferita, lungo i corsi d’acqua locali. Si segnalano numerosi boschi, a partire da quello in località Origlio (con due esemplari secolari di cerro, di cui uno è noto come “cerro del tesoro”) con sorgenti d’acqua minerale, il bosco in località San Ciro, con piante di roverella e cerro, il bosco in località Forna (90 ettari), con piante di cipresso, pino, orniello e cerro, ed i boschi nelle località Salaco, Pastena, Roveto, Caselle, Isca, Serre e S. Zita. In località “Capi dell’acqua” c’è una sorgente di acqua ferrosa. Relativamente alla fauna, oltre alla volpe ed al cinghiale, si segnala la presenza di poiana, nibbio, albanella, quaglia, falco pellegrino, caprimulgo, tritone e salamadra.

Un interessante documento che descrisse la condizione di Lacedonia (“Cedonia”) nel 1674 è noto come “Relazione Ardoini”, dal nome di colui che la scrisse, Pier Battista Ardoini, che venne nominato il 20 maggio 1673 dai feudatari Doria, Vice-governatore pro-interim del feudo di Melfi, in cui ricadeva Lacedonia. Tale Relazione descrisse il feudo con dovizia di particolari, trattando della storia e dell’economia dei singoli paesi, senza tralasciare aspetti sociali e personali. E’ possibile leggere il testo integrale della Relazione leggendo “Descrizione dello Stato di Melfi”. Dalla Relazione si conosce che l’acquisto di Lacedonia, effettuato nel 1584 da parte dei feudatari Doria Pamphili, venne giustificato più da ragioni reddituali, “per l’utile del reddito” che dalla (relativa) prossimità a Melfi. A quel tempo, il paese sembrava piccolo, ma “dalle vestigia apparenti convien sia stata maggiore”. Il borgo era cinto da mura “poco forti” e la situazione degli edifici non doveva essere delle migliori. I Lacedonesi, a quel tempo “1200 anime”, sebbene “non del tutto civili, ma nè tampoco del tutto Rurali”, erano “cittadini assai docili et mansueti, più amici del negotio e travaglio che dell’armi”.

Castello Pappagota e Torre CampanariaAd un lato della piazza centrale di Lacedonia si trova un castello, o meglio un palazzo-fortezza, noto come castello di Pappacota, in quanto fatto edificare nel 1500-1501 da Ferdinando Pappacota, divenuto, nel 1496, feudatario di Lacedonia, per investitura del Re di Napoli, Federico D’Aragona. La costruzione si trovava ad ovest rispetto al borgo allora esistente, fuori di questo. Il castello fu residenza gentilizia (vi visse il feudatario Ferdinando, che vi morì con la moglie Cornelia D’Accio), sia pur fortificata, e venne detto “Castello Nuovo”, per distinguerlo dal più antico, quello degli Orsini. Le originarie caratteristiche di luogo fortificato risaltavano oltre, che dalle tre torri, da numerosi elementi architettonici: fossati, feritoie, merlature, bocche per cannoni, camminatura di ronda, passaggi sotterranei. L’odierna struttura mantiene dell’originaria, una sola delle torri e parte del corpo di fabbrica, visto che i terremoti che si sono succeduti nei secoli, le arrecarono danni consistenti. I restauri ne modificarono in parte l’originaria configurazione, mantenendone, per fortuna, inalterati i merli della torre sul lato Sud, diverse feritoie e l’antico pozzo. Estintasi la famiglia feudataria dei Pappacoda, il feudo di Lacedonia (ed il castello) andò in eredità ad una suora del Monastero di Pietrasanta in Napoli, che lo vendette (con i feudi di Rocchetta S. Antonio e Candela) ad Andrea Doria Pamphili, Principe di Genova, nel 1700 circa. Una volta aboliti i diritti feudali (1806), il castello fu comprato dalla famiglia Onorato e venne censito nel catasto urbano. La struttura fu abitata fino alla metà del XIX secolo.

Porta di sotto o dei piediIl centro storico di Lacedonia presenta i caratteristici vicoli, le stradine, le scalinate, i portali in pietra, i balconi e le finestre con lavori in ferro battuto. In aggiunta, è possibile vedere dei residui tratti delle mura di cinta della “Cittadella medioevale” che i feudatari Orsini, Principi di Taranto, a seguito delle tremende distruzioni arrecate dal terremoto del 5 dicembre 1456, fecero costruire, munendole di un fossato. L’accesso al paese avveniva attraversando quattro Porte: l’immagine sulla sinistra mostra la Porta degli Albanesi, di cui la seconda immagine sulla destra mostra il particolare del buco da cui veniva calato l’olio bollente per dissuadere o frenare gli attaccanti. La Porta degli Albanesi porta questo nome perchè guarda ad oriente, verso l’Albania. Altra Porta della cittadella medioevale era la Porta del Messere, che era ubicata presso l’attuale Palazzo Vescovile. Venne abbattuta nel secolo scorso. Oggi, al suo posto, esiste un semplice passaggio ricavato sotto ad una palazzina noto come Porta di Sopra.

La Cattedrale di Lacedonia fu edificata nel XVI secolo, poi ampliata tra il XVII ed il XVIII secolo (la “prima pietra” venne posta il 28 settembre 1696 dal Vescovo Gian Battista La Morea; i lavori terminarono nel 1709). La facciata a capanna è corredata da un portale in pietra del XVII secolo. L’imponente torre campanaria quadrata venne edificata nel 1751 interamente in travertino. Il Vescovo Nicola De Amato, nel 1766, elevò la struttura a Basilica. Alla sola navata originale, risalente al 1709, nel 1860 ne furono aggiunte due laterali. All’interno, a tre navate, si conservano diverse opere d’arte, alcune risalenti alla fine del XV secolo, tra cui l’altare ligneo con il trittico ritenuto del Sabatini da Salerno o di Francesco da Tolentino che vede al centro la Madonna col Bambin Gesù ed ai lati figure di Santi, Arcangeli e Vescovi, e tele del XVIII secolo. In tale sede, la notte del 10 settembre, venne ordita la nota “Congiura dei Baroni” contro Ferdinando I d’Aragona, narrata da Camillo De Porzio (1565).

Ingresso del Museo Diocesano e BibliotecaSeguendo il Corso Augustale, l’antica via di accesso al centro, si giunge alia Chiesa di S. Maria della Cancellata, edificio religioso che sarebbe stato eretto su di un antico tempio pagano dedicato alla divinità egiziana Iside, già intitolato ad Era e ai gemelli Castore e Polluce. Coll’affermazione del Cristianesimo, verso il II secolo, la struttura venne riconvertita in chiesa cristiana, tanto da essere considerata, nel IV secolo, Chiesa Madre di Lacedonia. Nel 1486 la chiesa venne dedicata all’Assunta. A seguito dell’edificazione delle nuova Cattedrale, tra il 1696 e il 1711, ubicata nel centro di Lacedonia, l’antico tempio pagano, poi Cattedrale, fu abbandonato. La chiesa venne ristrutturata (se non addirittura riedificata) nel 1824 e successivamente al terremoto del 1930, quest’ultima volta da parte dei Francescani del Terzo Ordine, nel 1951. Dal 1961 al 2002 la chiesa venne gestita dai Francescani. Dall’ultimo anno indicato, la parrocchia è stata affidata a due giovani preti stranieri, provenienti dall’India.

La chiesa o cappella dedicata a Santa Maria della Consolazione è una delle chiese più antiche di Lacedonia. Il terreno su cui venne costruito l’edificio religioso apparteneva ad un prete locale, Giovanni Giacomo di Muro. Questi fece dono di un terreno ubicato tra i due fondi detti “La Tagliata” e “Lo Puzzillo” a favore della Basilica di S. Giovanni in Laterano. Su tale suolo, nel 1503, la Basilica accordò il permesso di edificare una chiesa dedicata a Santa Maria della Consolazione. La struttura così creata venne ingrandita nel 1585.

Chiesa di San FilippoLa chiesa della Santissima Trinità è una cappelletta, le cui origini sono antiche: tra le sue mura il canonico e storico locale Pasquale Palmese scoprì una lapide di Lucio Licinio, figlio di Marco Licinio Magro, della tribù Galeria di Roma. La struttura carina che vediamo oggi, non è quella antica. I ripetuti terremoti, infatti, la atterrarono, tanto che nel XVII secolo il Vescovo La Morea ne ordinò la ricostruzione (o comunque) una notevole ristrutturazione. Ulteriormente e fortemente danneggiata dal terremoto del 23 Novembre 1980, venne nuovamente riaperta al culto solo nel luglio 2002.

Lungo la Piazza dedicata a Francesco De Sanctis, non lontano dalla statua dello statista irpino, si trova la chiesa o cappella dedicata a San Filippo Neri, famoso per il detto “Divertitevi, ma non peccate”, tanto da essere definito il “Santo dell’Allegria” ed a cui Lacedonia dedica ogni anno, il 26 maggio, un’apposita festa. Il culto del Co-patrono di Lacedonia, risalente al 1782, oltre che con la celebrazione della messa ed una processione, prevede nella centrale Piazza Francesco De Sanctis ed in Largo Tribuni, lo svolgimento di giochi.

Cattedrale di Santa Maria AssuntaIl Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie si trova fuori del centro urbano, ai piedi di un colle, nei pressi del torrente Osento, precisamente in Contrada “Forna”. Sebbene i Lacedonesi siano molto devoti alla Madonna delle Grazie, non esistono dati certi in merito alle origini del culto ed all’edificazione dell’edificio religioso, nonostante le ricerche minuziose effettuate nel 1975 da Prof. Luigi Chicone presso l’Archivio Vescovile di Lacedonia. Di conseguenza, solo in base alla tradizione, possiamo parlare di un culto plurisecolare, come pure, riferire dell’edificazione forse cinquecentesca del Santuario.

Il Museo Diocesano venne inaugurato il 12 agosto 1997, unitamente all’annessa Biblioteca. La struttura, dedicata a San Gerardo Maiella, vuole offrire una panoramica delle tappe fondamentali della storia di Lacedonia, sin dalle origini (neolitico). I settori in cui è stato suddiviso il Museo portano la lettera A (Lapideo), B (Archeologia) e C (Antiquariato). Nel settore Lapideo, interessantissimi sono i reperti relativi alla lingua Osca, parlata dagli Hirpini qui insediatisi. Le varie lapidi in lingua osca e latina ed i reperti archeologici e di antiquariato, che narrano la storia del paese sin dall’età del bronzo, comprendono molti stemmi dei Vescovi che dall’Alto Medioevo si sono succeduti sulla cattedra Diocesana. Interessante ci è sembrato il blocco di pietra (28,5 cm x 50 cm), lavorato nel XVII secolo, su cui sono raffigurati i simboli del mestiere di fabbro. Interessante è anche la sezione antropologica, dove è possibile ammirare gli strumenti d’uso comune, usati in passato quotidianamente dai Lacedonesi. Acclusa al Museo, c’è la Biblioteca, in cui sono custodite 108 pergamene alto medioevali, trentasei preziose cinquecentine e diverse seicentine.

Tra gli edifici signorili di Lacedonia, da un punto di vista storico, spicca il Palazzo Pandiscia (già casa Cappucci), che si vede nell’immagine sulla sinistra, in quanto ospitò San Gerardo Maiella. L’immagine sulla destra mostra il piccolo Palazzo Monaco, che oltre ad essere grazioso ed in stato di abbandono, è importante per la storia di Lacedonia in quanto fu la sede locale dei Carabinieri. Tra i tanti altri edifici signorili di Lacedonia vi sono i Palazzi Vigorita e Franciosi.

Lacedonia è bagnata dal fiume Osento, che nasce dal Monte Origlio, alimenta il lago artificiale di San Pietro e sfocia nel fiume Ofanto; le sue acque erano impiegate per gli usi più disparati: durante la buona stagione, sia gli adulti che i giovani vi si bagnavano, gli acquaioli vi attingevano acqua da vendere, le donne vi lavavano i panni, gli ovini venivano lavati prima della tosatura primaverile. La località venne ricordata anche da Plinio il Vecchio, che fece riferimento alle sorgenti di acque acidule (o meglio sulfuree) che si trovano alle pendici del Monte Origlio.

Lasciamo Lacedonia e saliamo sul treno immaginario Rocchetta S.A.-Avellino per scendere giovedì prossimo ad Aquilonia.

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA:
L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI