L’Irpinia e le sue tradizioni ed usanze natalizie

Il Natale con le sue tradizioni e i suoi valori resta uno dei momenti più magici ed affascinanti dell’anno, crea suggestioni, ricordi e rinnova tradizioni culturali che sono l’espressione del senso di appartenenza a un luogo, a una terra e alla sua antica e grande civiltà. In Irpinia il Natale ha il sapore dell’antica civiltà contadina, dei suoi valori, delle sue usanze e anche della sua miseria, ma ricco di gesti, a volte anche di ritualità e di forme, nel tempo diventate sostanza.

A Solofra e nei paesi limitrofi, il periodo preparatorio al Natale è sempre cominciato dopo l’Immacolata, anche se si iniziava a parlarne dopo la festa dei morti. Nelle case si preparava il presepe con i pastori di creta ed il muschio fresco, raccolto all’ombra dei secolari castagni. Solo di recente a questo elemento natalizio si è aggiunto l’albero dei paesi nordici, favorito dall’uso dei doni, che si depongono ai suoi piedi e si aprono nella notte di Natale. Comincia, poi, la Novena che fa parte della liturgia cattolica, ma accanto ad essa c’è la novena degli zampognari, che vanno di casa in casa a portare con i loro caratteristici strumenti una musica di Natale dinanzi al presepe.  Ma la tradizione più natalizia, quella che dà un fascino tutto particolare alla ricorrenza Natale, è l’uso del ceppo, che fa configurare questa festa tutta trascorsa accanto al fuoco, quando i grossi focolari delle cucine annerite erano come gli altari di un gran rito. Sul piano di pietra bruciava un grosso tronco, che veniva conservato per tempo, era messo a consumarsi lentamente nella Notte Santa. Avrebbe dovuto durare nei giorni seguenti, accompagnato dal fiorire di tante credenze. Esso comunque era il simbolo del Natale più antico, quando la festa era tutta in casa.

Grande impegno si è sempre posto nel rispetto della tradizione culinaria, che si concretizza nel pranzo della Vigilia e del giorno di Natale. La Vigilia di Natale ha un andamento culinario tutto diverso dalle altre vigilie, sia perché si mangia molto anche se di magro, sia perché si usano pietanze che solo in quel giorno sono di casa sulle tavole solofrane. A mezzogiorno i cavoli di Natale, cioè la minestra nera, poi il baccalà con olive e sottaceti, tra cui la pepania, il caratteristico peperone tondo e rosso, un piatto ricco e colorato, detto la caponata di Natale. Seguono mandarini, noci, nocciole, mandorle e castagne. È un pranzo alla svelta poiché alla sera ci sarà il cenone tutto di magro a base di pesce, che si consuma sempre intorno ad una tavolata ricca di parenti. Ci sono dei piatti-base, che non si possono sopprimere per tradizione, cioè per augurio, sono ammesse solo alcune varianti. Ci sono, dunque, gli spaghetti con le vongole, pesce vario, fritto, arrosto o con il limone, ma non deve assolutamente mancare il capitone variamente cucinato. Tra le verdure, tradizionali sono le scarole imbottite. Ci sono, poi i caratteristici dolci di Natale, dolci di zucchero, mostaccioli, roccocò e torroni.

Il Vischio
Il Vischio

In tutte le antiche religioni la grande festa dell’inizio dell’anno era preceduta da un periodo più o meno lungo di astensione dai cibi e di penitenza. Era una forma di eliminazione del male, di purificazione totale affinché il periodo seguente sia prospero e felice. In questo giorno, così ricco di elementi culinari, giganteggia il rito del capitone e delle anguille, veri elementi natalizi. Bisognava comprarli vivi di primo mattino con una ritualità da farne un avvenimento. Giunto a casa il pesce, che, per la forma e il guizzare vivo e frenetico, elettrizzava i bambini, veniva messo in un capace recipiente con l’acqua poiché non doveva morire. E poi di pomeriggio iniziava la funzione dell’uccisione del pesce vivo che acquistava le forme di un vero rito. D’obbligo poi l’attesa della mezzanotte per partecipare ai riti della Natività. E giunge il giorno del Natale, quando la famiglia si ritrova, ancora unita, intorno alla tavola riccamente imbandita con l’immancabile lasagna e poi il capretto, il cappone, con i bambini che recitano la poesia e i papà che leggono le letterine di auguri nascoste sotto i piatti o nel tovagliolo. Da sottolineare il significato di aggregazione familiare che avevano queste riunioni intorno alla tavola imbandita sia nel giorno della Vigilia che in quello di Natale fino al cenone di San Silvestro. In questo giorno ancora a tavola, la sera, ad aspettare il nuovo anno. Questa volta si mangia di grasso fino a quando si può stappare lo spumante allo scoccare della mezzanotte. È questo il momento di sbarazzarsi dei piatti vecchi, che si buttano dalla finestra insieme a tutti i guai che sono accaduti durante l’anno e a quelli che potranno accadere. I primi momenti del nuovo anno hanno qualcosa di magico, poiché quello che avviene si farà tutto l’anno, dice una credenza, o è auspicio per ciò che avverrà. La cosa più comune che fa il solofrano è accendere tanti fuochi d’artificio che rompono le prime tenebre del nuovo anno. In un periodo in cui la tradizione impone tale consumismo ci vuole il portafogli pieno, per cui chi non ha la possibilità di vivere in pieno tutte le espressioni di questa festa se ne va a dormire o si accontentava di osservare come gli altri si divertono.

Pone fine al periodo natalizio ancora una festa di doni. Nei presepi i re Magi giungono alla grotta con i loro doni, nelle case è una simpatica vecchietta che, calandosi dai camini, riempie le calze appese ai focolari o alle spalliere dei letti, mentre si dorme con il capo sotto le coperte quasi a proteggersi dall’evento magico che si prefigura. Variamente coloratasi attraverso il tempo, la festa di oggi ha assunto connotazioni legati al presente, alla scomparsa dei camini, al non essere più essa la sola dispensatrice di doni. In un tempo in cui non si avevano doni facilmente tutto era gradito, né c’era il problema della scelta del giocattolo, che angustia tanti bambini di oggi, allora, la Befana aveva il volto vero della sorpresa e il giocattolo accompagnava i giochi di un intero anno. E quando quel lungo sogno ineluttabilmente si dileguava, la bella favola continuava a dare la sua magia a quel giorno, e i più grandicelli, sornioni, scovavano ancora nel fondo di una calza, ai piedi del letto o su qualche mobile della camera, un dono, quasi in un inconscio desiderio di non far morire il magico tempo in cui si credeva ancora alla Befana.

Come per Solofra, il Natale dei contadini dell’Alta Irpinia, come di tanti territori confinanti, è il Natale che celebra la gioia dello stare insieme e della condivisione, in un ordine gerarchico fatto per età, per ruoli, per funzioni, tutto però improntato dal rapporto primordiale con la terra, la natura e l’ambiente di cui l’uomo stesso ne è parte integrante. Tante erano le tradizioni collegate al periodo natalizio che spesso si diversificavano per alcuni dettagli di paese in paese o addirittura di contrada in contrada, ma nella sostanza erano uguali e ancor di più lo erano i valori a cui esse facevano riferimento. Il Natale si avvertiva nei paesi e nei casolari, non come oggi con le luci, ma con la prima domenica di Avvento ed ancor di più cresceva nell’aria, nelle menti e nei cuori sin dal giorno dell’Immacolata. Era molto diffusa la cultura del piccolo presepe nelle case, non c’era abitazione di famiglie facoltose o di contadini che non avesse almeno una piccola natività. In tutti c’era il rispetto della deposizione di Gesù Bambino nella mangiatoia la Notte di Natale. Molto rara la presenza dell’albero di Natale. Tutti si procuravano un po’ di vischio da collocare all’ingresso delle case, povero significativo esempio del Natale. Tornando alle tradizioni era molto in voga in ogni paese, nelle comunità dell’Alta Irpinia, dove la religiosità era intrecciata con la civiltà contadina e dove i tempi ed i ritmi della vita quotidiana erano scanditi anche da quelli religiosi, la Novena; a questo evento, che si celebrava dalla metà di dicembre fino alla Notte di Natale nelle chiese aperte al culto, partecipavano in molti. La Novena consisteva nell’azione liturgica e in canti natalizi dell’Avvento. Altra storia era la Novena diffusa in tutte le famiglie dove in prossimità del presepe con la capanna con la mangiatoia vuota si celebrava il rito domestico della Novena con canti, preghiere e filastrocche locali sul Natale.

Un’altra tradizione natalizia tipica irpina era la ’nferta. I bambini facevano visita a tutti i parenti e quando veniva loro aperta la porta per farli entrare gridavano ’nferta e i parenti dovevano dare loro un regalo. In alcuni paesi questa tradizione è ancora presente. Una tradizione natalizia molto significativa, in vigore presso le famiglie dei nostri contadini fino ad alcuni anni fa e ormai caduta nel dimenticatoio, era quella del “ceppone”. La vigilia di Natale, tutti i membri della famiglia, rispettavano il digiuno stretto, ovvero non si mangiava carne nella giornata del 24 dicembre. Al mattino veniva preparato sul piazzale antistante la casa, un grosso tronco di quercia o di olmo, il cosiddetto “ceppone”. Sul tardo pomeriggio, dopo che le donne avevano ultimato la preparazione dei piatti tipici della vigilia, la famiglia si riuniva nella piccola stanza che fungeva da cucina e da sala da pranzo. Con il focolare spento e la mensa spoglia, in linea con la concezione patriarcale della famiglia, entrava in azione il nonno o il più anziano della famiglia, che dava inizio ad un rito che aveva qualcosa di magico e di sacro. Veniva chiusa la porta di casa, restava fuori il più piccolo della famiglia, tutti gli altri erano riuniti al centro della stanza. Il silenzio regnava sovrano, a un certo punto il piccolo bussava alla porta, dall’interno il più anziano della famiglia rispondeva: “Chi è?”; di contro il piccolo diceva: “So Natale” e di rimando il più anziano ribatteva: “Natale di ogni bene, tanti auanno e tanti l’anno ca’ vene” oppure “Natale di ogni bene, tanti auanno e recchiù l’anno ca’ vene”. Questo dialogo si ripeteva per ben tre volte. Alla fine la porta veniva aperta e il piccolo, che rappresentava “Gesù Bambino”, veniva accolto con emozione all’interno della casa. A questo punto i membri più giovani della famiglia, si portavano fuori e trasportavano a braccia il “ceppone” all’interno della casa. Il tronco veniva collocato al centro della stanza e intorno si disponevano, in cerchio, i membri della famiglia, tutti posavano la mano sulla faccia superiore del “ceppone” toccandosi l’un l’altro consecutivamente con il pollice ed il mignolo. L’anziano , con dignità e sovranità quasi sacerdotale, invitava tutti alla preghiera, una sorta di filastrocca che si tramandava di generazione in generazione. Dopo la preghiera il “ceppone” veniva accostato al focolare e si accendeva il fuoco. Subito dopo le donne apparecchiavano la tavola e si consumava il cosiddetto “cenone”. Le pietanze avevano come elemento fondamentale il baccalà, i peperoni ripieni o con il vino cotto, frutta secca, struffoli, zeppole, fichi secchi, uva passita, come si usa ancora oggi. Al termine della cena tutti si riunivano intorno al focolare e, in attesa della messa di mezzanotte, le nonne, per tenere desti i bambini raccontavano le favole di ispirazione religiosa. Verso le 23, quando le campane chiamavano a raccolta i fedeli, i piccoli e alcuni adulti, vestiti a festa, lasciavano le case avviandosi a piedi alla volta del paese per assistere alla Messa di mezzanotte e adorare il Bambino Gesù giacente nel presepe allestito in chiesa. C’è da ricordare che le dimensioni del “ceppone” dovevano essere tali da resistere al logorio del fuoco fino alla mezzanotte.

Il Rito del Ceppone
Il Rito del Ceppone

Oggi il Natale è diventato per noi una festa consumistica che ha perso quasi totalmente il vero significato culturale e sociale, quello della condivisione, dello stare insieme e della fratellanza, e per questo è importante riscoprire le tradizioni e riappropriarci di quei valori che, forse, troppo spesso perdiamo di vista, abbagliati non dalla voglia insita nell’uomo della curiosità e scoperta del nuovo, ma da un modernismo di facciata, di maniera, fatto molto spesso solo di immagine, senza sostanza. I popoli che dimenticano la propria storia non hanno futuro. Le nostre Comunità, spesso, se non sempre, mortificate oltre che dalla natura dall’uomo, necessitano di riappropriarsi della loro storia, quella vera autentica non artefatta, fatta di antichi valori, di rispetto per la terra, ambiente e territorio, e dignità per l’uomo, assicurando il lavoro, opportunità di crescita e di riscatto, servizi ed assistenza, contro la desertificazione, per una qualità della vita che valga la pena di restare. Solo così potranno esserci tanti altri Natale in una terra da non dover abbandonare, perché ricca di valori, di dignità ed umanità, che della centralità dell’uomo è fatta la sua storia civile, politica, culturale e sociale.

Dandovi appuntamento alla prossima settimana, chiudo con un sincero augurio di Buon Anno Nuovo affinché il 2015 sia l’anno del riscatto per la nostra Irpinia!!

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA: L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI