Lupi a caccia di rondinelle. E il capitano si riprende la fascia

Cari amici, questa Rastellata prende spunto da questa bellissima foto captata dall’obiettivo di Tobia Conte. Il capitano (mai) dimenticato Ciccio Millesi rincuora a fine partita Mariano Arini, che con un suo liscio in area ha sconcertato tutta la difesa, cosicché Luca Bittante è scivolato e per uno come Kyle Lafferty è stato un gioco da ragazzi metterla dentro. Avremmo perso lo stesso, con questo Palermo stellare reso anche cinico dalla cura Iachini: lo pensano in molti. Ma il dubbio resta, e un giocatore non vive bene certe responsabilità a fine partita e anche dopo: si fatica anche a prendere sonno, a volte. Cosicché capita che arriva il capitano a rincuorarti, ancora con il fratino addosso dei panchinari, senza dare a vedere la delusione che avrà avuto certamente dentro per l’ennesimo mancato impiego.

Trovo confortante, va detto, che il centrocampista originario di Casalnuovo, contro il Palermo abbia preso a giocare con piglio persino più sicuro proprio dopo lo svarione, e confesso che a un certo punto confidavo potesse essere proprio Arini con una sua stoccata a rimettere i conti in pari. Non è di lui, però, che vogliamo parlare, principalmente, ma del capitano, che reduce da un nuovo lungo riscaldamento senza costrutto non ha rinunciato al ruolo di fratello maggiore, come gli abbiamo visto fare anche a Siena, a fine partita, dopo un altro riscaldamento a vuoto.

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Ora, in una città in e in un ambiente calcistico particolarmente incline a buttarla in polemica, in un ambiente in cui qualunque componente tocchi nel suo ruolo si scatena una vertenza interminabile, vedere che il capitano, senza una parola fuori posto (anzi) mantenga una sua linearità e una dedizione al gruppo così profonda non ci lascia insensibili.

Vorrei fosse chiara una cosa. Saremo pure malati dell’Avellino, ma fino a un certo punto, il cervello cerchiamo ancora di tenerlo in allenamento. Non entriamo nella sfera tecnica, men che meno potremmo farlo in una rubrica apertamente inneggiante al mister (sebbene le partite le vediamo pure noi e qualche idea ce la facciamo, nel nostro piccolo). Ma abbiamo il diritto di dire che non è un Avellino che piace vedere, non è un Avellino che merita il nostro tempo, quello che rottama le bandiere over 30. Abbiamo qualche anno di troppo per ricordare che non avremmo avuto il miracolo del 1978 senza un 33enne come Adriano Lombardi e un 30enne come Salvatore Di Somma. E, ricordo, non ce ne siamo disfatti prima che l’uno (Lombardi) compisse 34 anni e l’altro (Di Somma) 36.

Per carità, le strade possono anche separarsi prima (è vero reverendo Gianluca De Angelis?), il calcio come la vita ha i suoi risvolti crudeli, ma chi ha dimostrato e dimostra un attaccamento alla nostra maglia fuori dal comune merita quantomeno rispetto. Sappiamo quanto il mister lo stimi e Ciccio certamente si arrabbierà a leggere queste cose, chi conosce il suo orgoglio di siciliano sa che lui ama difendersi da solo con i comportamenti in campo e fuori. Ma non ce ne vorrà il mister se rileviamo che 56 minuti in 4 scampoli di gara (come certifica il sito tecnico transfermarkt.it) rappresentano per lui un minutaggio penalizzante in ben 12 gare, una media di 4 minuti e mezzo a partita, per intenderci, per giunta con il fatto che sulla sinistra l’infortunio di Abero ha aperto un buco che non si è mai riuscito a sanare salvo ad adattare al ruolo, a volte, un ottimo e generoso Bittante. Per non dire dell’infortunio di Togni che avrebbe consigliato a nostro avviso in talune circostanze (Latina, Lanciano, Siena e la partita contro il Palermo) un maggior ricorso all’esperienza, almeno nel secondo tempo. D’altronde è stato lo stesso mister a dare atto a Millesi di aver rimesso a posto le cose a Latina. Ed era solo la prima trasferta…

Perché indugiamo tanto su un giocatore solo, che per giunta non ama le difese d’ufficio? Perché questo ci dà l’occasione per chiarire una cosa fondamentale: se siamo e restiamo appassionati all’Avellino, specie noi che viviamo fuori da tempo, anche a tanti chilometri di distanza, è perché pensiamo che non sia una squadra come le altre quella della nostra città, quella dei nostri ricordi di ragazzo come quella di mister Rastelli che ha tornato a farci appassionare. Perché pensiamo che non sia tutto un mercato delle vacche, dove la bandiere si rottamano in fretta senza manco avvertirle. Se così fosse, se i calciatori sono tutti merce e uno vale l’altro, potremmo metterci a fare i mercenari pure noi, e così invece di dar vita all’Avellino club Roma, come abbiamo fatto per amore alla squadra della nostra città, avremmo potuto metterci (che so?) con il Roma club Avellino di Boris Ambrosone, e con una sola inversione di parole, ora, proprio nella Capitale in cui viviamo, potremmo goderci lo splendido primo posto della squadra del sergente Garcia. Ma vuoi mettere l’amore per i nostri colori, per la nostra città e – appunto – per gente come Ciccio, come Angelo d’Angelo, come il Pitone Biancolino, con i giovani che hanno imparato da loro ad essere lupi e non sono da meno? E vogliamo parlare di un lupo acquisito come il papà di Angiulli? Quattro i minuti giocati complessivamente da “Fez”, informa il solito sito, 20mila i chilometri percorsi dal padre per stare accanto alla squadra del figlio che non gioca, imparate!

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Mi capita spesso, ultimamente, di fare dei paragoni con l’Avellino outsider ed operaio che ci portò in A. Come si ricorderà c’erano anche teste calde, c’era anche la sinistra antagonista di Maurizio Montesi ed Ezio Galasso, uno – per intenderci – che lo potevi trovare a giocare a pallone davanti al Rosario, una sorta di Sollier (per chi lo ricorda) dei poveri. Erano due grandi giocatori che in un gruppo unito guidato da un mister con i piedi per terra come Paolo Carosi fecero grandi cose. Ma in ogni gruppo ci vogliono dei leader e abbiamo visto come la squadra senza i Castaldo,i Fabbro e, aggiungiamo noi, i Millesi si smarrisca al cospetto di una grande squadra, tanto che anche giocatori fin qui impeccabili hanno mostrato incertezze e sbagliato cose semplici. Non è solo una questione di galateo o di libro Cuore applicato al calcio. Il fatto è che ad Avellino con i soldi non si è mai vinto niente, si è vinto sempre con la capacità di dar vita a un fenomeno che dal campo arriva fin sugli spalti e nei cuori della gente. Poi, è chiaro, bisogna giocare al calcio e saper giocare il pallone, ma senza tanti soldi, e noi non ne abbiamo, si vince solo con il gruppo e il gruppo nasce intorno agli uomini veri, quelli che – ad esempio – sanno mettere una mano sulla spalla a chi ha avuto un momento di difficoltà, uomini veri come il mister Rastelli che questo spirito ha saputo creare.

Perché questa filippica giusto oggi? Perché in altre circostanze poteva apparire polemica, invece stavolta vuole suonare come incoraggiamento a una scelta, visto che – potremmo sbagliarci – la fascia oggi, dopo 13 gare, potrebbe tornare sul braccio del suo titolare: non ci meraviglierebbe se finalmente dovesse toccare a Ciccio, per la prima volta quest’anno, dal primo minuto.
Sarà la mia prima trasferta a casa, quest’anno, ci rintaneremo a Roma nel Legend Pub del quartiere San Lorenzo, mentre a Brescia abbiamo mandato in avanscoperta i nostri Claudio De Pascale e Marco Pizza ad assicurare la presenza dello stendardo della Capitale. Si tratta di una gara di difficile interpretazione, contro un’altra grande che stenta a rivestirne il ruolo, e la speranza è che non si metta in testa di iniziare proprio oggi viste le assenze di Zambelli (squalificato) del bomber Caracciolo, di Diouf, Freddi, Lasik, Mitrovic e Sodinha. Purtroppo però le nostre rogne le abbiamo anche noi: oltre ai lungodegenti Abero e Togni (che riprende martedì) e lo squalificato Bittante abbiamo ancora il bravo Terracciano fuori gioco e a mezzo servizio Castaldo e Fabbro, che dovrebbero andare in panchina.

Per cui la formazione dovrebbe essere questa:
SECULIN; IZZO, PECCARISI, PISACANE; ZAPPACOSTA, D’ANGELO, ARINI, SCHIAVON, MILLESI, GALABINOV, SONCIN.
Sarà la quarta formazione consecutiva indovinata 11 su 11? Speriamo… E forza lupi.