Montefusco, un passato glorioso dai Longobardi ai Borbone

Dopo aver visitato Santa Paolina, ci ritroviamo nuovamente oggi con l’Irpinauta nella Valle del Sabato per parlare di Montefusco, comune irpino di circa 1.400 abitanti.

panorama-montefuscoStudi recenti fanno risalire il suo toponimo all’unione di Mons e Fusculi (Monte di Foscolo). Foscolo sarebbe un personaggio romano o longobardo che per primo avrebbe posseduto il monte o fondato il castello. Tale ipotesi fa perdere di consistenza quella che collegava la nascita di Montefusco all’antica Fulsulae, distrutta dal console Fabio Massimo, oppure ad altre più fantasiose di sapore seicentesco come Monte Fosco. L’esatta collocazione della fondazione di Montefusco in un preciso momento storico tuttora rimane avvolta nel mistero. Solo approfonditi studi nell’ambito di più campi, come quello archeologico, potrebbero probabilmente far luce sulla questione. Anche se insediamenti umani nel territorio della montagna di Montefusco risalgono alla preistoria, la sua esistenza in età romana è attestata da reperti ancora esistenti. Per tracciare la storia di Montefusco fino all’età longobarda, periodo in cui ebbe inizio la sua ascesa a centro di notevole importanza per diversi secoli, si incontrano non poche difficoltà in assenza di fonti scritte, e non solo. Ma è pur vero che non si è lontani dalla realtà se si asserisce che sulla cima del monte vi fossero già stati insediamenti precedenti alla venuta dei Longobardi.

Montefusco si trova ad una altitudine di 707 metri dal livello del mare. Quello che per noi oggi è un osservatorio naturale su un panorama mozzafiato non sfuggì ai Longobardi che seppero sfruttare valorizzando il potenziale strategico della sua posizione geografica. Infatti Montefusco presentava requisiti importanti: rappresentava una fortezza naturale in quanto ubicata in una posizione strategica dalla quale era possibile attaccare i nemici o difendersi da essi. In più Montefusco era ricca di sorgenti d’acqua. La tradizione storica fa risalire ai Longobardi nel IX secolo la fortificazione delle mura ed un primo insediamento, molto probabilmente su un precedente castrum, quello che diventerà poi un vero e proprio castello. Montefusco, come anche altri paesi della zona, fu inserito nella cerchia a difesa del Ducato di Benevento, rientrando nella politica di incastellamento che le incursioni, soprattutto dei Saraceni e Bizantini ma anche le stesse lotte tra i Longobardi, resero necessaria. La vicinanza a Benevento fu un altro fattore rilevante della sua importanza, e, quando nell’849, il Principato longobardo di Benevento si scisse da quello di Salerno in due Principati rivali tra loro, Montefusco iniziò ad avere un ruolo sempre più strategico che la porterà, nei secoli successivi, ad assurgere il ruolo di capitale del Principato Ultra.

san-giovanni-del-vaglio-montefuscoCon l’arrivo dei Normanni, Montefusco entra nelle fonti scritte delle Cronache dello storico Falcone Beneventano del 1114, ed il suo castello era già descritto come ingens (grande) e come realtà politica, militare già strutturata. Ciò succedeva a pochi anni dalla caduta dell’antico Principato Longobardo che perdendo la sua capitale Benevento, entrata nel dominio papale, vide tutto il suo ex territorio annesso al Principato Longobardo di Salerno prendendo il nome di Provincia di Principato e terra Beneventana.

I Normanni avrebbero edificato, invece, un castello in una zona più alta e in quel tempo fuori dal centro abitato. L’area di cui faceva parte era più ampia e comprendeva anche l’attuale Monastero delle Suore Domenicane: le mura perimetrali presentano tuttora tracce di fortificazione e sempre nell’area del castello (l’attuale casa comunale) sorgeva la Chiesa di San Giovanni del Vaglio che sarà successivamente elevata a Chiesa Palatina, un tempo utilizzata come cappella per le guarnigioni del castello.

Nel 1130 con Ruggero II, Montefusco divenne castello regio, ruolo riservato alle fortezze importanti dal punto di vista strategico-militare e sembrerebbe sia stata dimora temporanea di Papi e re. Il periodo normanno, nonostante a dir poco turbolento dal punto di vista militare, presentava una società già vivace e stratificata con la presenza di giudici, notai, associazioni religiose, come la Confraternita di Santa Maria, una delle più antiche del Meridione.

palazzo-giordano-montefuscoCon la dominazione sveva Montefusco crebbe d’importanza. Federico II volle fortificare i centri in prossimità di Benevento, enclave dello stato pontificio, e, naturalmente, Montefusco si trovò in prima linea: nel 1239 fece restaurare il castello autorizzando, nel 1240 lo scavo di una cisterna per l’approvvigionamento delle acque. Inoltre, dispose che fosse stanziata una vera e propria guarnigione per fronteggiare meglio l’esercito papale in caso di necessità. In quegli anni risiedeva stabilmente il giustiziere di Principato e Terra Beneventana e diversi erano i montefuscani che si trovarono a ricoprire prestigiosi incarichi nelle province del Regno. La trasformazione da castrum a civitas era ormai avviata in pieno quando gli angioini con Carlo d’Angiò la dichiararono terra demaniale e regia, e nell’ottica di una più efficiente amministrazione del Regno divisero il Principato di Salerno in Citra ed Ultra. Salerno rimase a capo del Principato Citra e Montefusco fu nominata capoluogo di Principato Ultra con Sede della Regia Udienza Provinciale, al vertice di un vasto territorio che comprendeva grosso modo le attuali province di Avellino e Benevento. Questo accadeva nel 1284, ancora una volta la sua posizione geografica al centro delle due province e la vicinanza a Benevento furono tra i fattori determinanti di questa scelta.

Prime consistenti nubi iniziano ad addensarsi all’orizzonte del capoluogo di Principato quando fu coinvolto nella rivolta di Masaniello, e come se non bastasse fu colpito da una pestilenza nel 1656 e in seguito da un rovinoso terremoto nel 1688 nonché da continue lagnanze dei funzionari del Tribunale che vivevano a Montefusco per la poca ‘comodità’ del luogo. Furono gli inizi della decadenza che attraverserà il settecento fino ad avere il suo epilogo agli inizi dell’ottocento quando i francesi, nel 1806 trasferirono il capoluogo di Principato ad Avellino cosa che di fatto avvenne nel 1816, e la Regia Udienza diventò Intendenza.

carcere-borbonico-montefuscoQuelle caratteristiche che avevano fatto la fortuna di Montefusco nel passato ora si presentavano come un ostacolo alle esigenze di modernizzazione che i nuovi tempi richiedevano. Il carcere continuò la sua esistenza fino al 1923 anno della sua definitiva chiusura. Nel periodo delle due guerre Montefusco oltre ad essere occupata per un certo periodo dalle truppe tedesche, fu luogo di confino per numerose persone, uomini ma anche donne provenienti un po’ da tutta Italia che si opponevano al Regime. Fu anche rifugio per tanti sfollati da Napoli e provincia. Quelle che anticamente erano segrete del castello con l’insediamento della Regia Udienza Provinciale divennero terribili galere. Su due corsie sovrapposte, l’una diversa dall’altra nella struttura ambedue scavate da un lato nella roccia, hanno rinchiuso nel corso dei secoli migliaia di detenuti, anche donne con bambini. Carcere per detenuti comuni, crebbe nella fama per essere uno dei più duri del Regno. La Regia Udienza aveva facoltà di giudicare le cause civili, penali e militari ma non quelle feudali e demaniali. VI erano praticate vari tipi di torture, alcune più frequentemente di altre, oltre alle catene, ma la pena estrema era, naturalmente, la condanna a morte. Il condannato veniva giustiziato fuori dal centro abitato, accompagnato al patibolo con uno specifico rituale e da una precisa confraternita. Molti detenuti nell’illusione di andare incontro a una pena minore si imbarcavano ‘volontari’ sulle navi a remi da guerra spagnole, il che molto spesso equivaleva a una condanna a morte. Il carcere di Montefusco continuava ad accrescere la sua triste fama fino a quando non si ebbe un importante novità all’interno delle sue mura. Esse, infatti, iniziarono ad accogliere i primi detenuti politici in seguito alla repressione dei moti rivoluzionari che portarono al fallimento della Repubblica Partenopea. Anche cittadini montefuscani caddero nelle maglie della repressione. Nel 1806 come detto, i Francesi trasferirono il capoluogo ad Avellino, ma il carcere continuò ad esistere fino al 1845 mentre, nel frattempo, era iniziata la costruzione del carcere Borbonico di Avellino secondo criteri di punizione e detenzione più umani, per cui ultimato il nuovo penitenziario quello di Montefusco fu chiuso per essere orami il simbolo di sofferenza e morte tanto che fiorivano detti popolari come: “Chi trase a Montefusco e pò se nn’esce pò di ca ‘nterra nata vota nasce”.

Furono i moti liberali del 1848 e la loro repressione che indussero i Borboni a riaprire le porte del Carcere di Montefusco a un gruppo di una cinquantina di detenuti, liberali, provenienti per lo più dal centro-sud Italia. Fu dichiarato carcere di massima sicurezza solo per detenuti politici. Da quando Montefusco aveva perso il Capoluogo era diventato un borgo la cui popolazione non era particolarmente interessata alle vicende politiche dei detenuti nel carcere, anzi la loro presenza costituiva una fonte di guadagno. Il periodo di dura detenzione dei liberali gli valsero il soprannome di Spielberg dell’Irpinia. Con l’Unità d’Italia il carcere di Montefusco da baluardo Borbonico divenne baluardo Sabaudo. Nei territori intorno a Montefusco ci furono violente reazioni da parte di filoborbonici che arrestati venivano prima introdotti nel carcere di Montefusco per poi essere trasferiti altrove. In quel periodo si ebbe una movimentazione di popolazione carceraria di 500 unità e nel carcere furono rinchiusi fino a 350 detenuti circa. Era il periodo in cui intorno a Montefusco era stanziata una truppa di Garibaldini che arrivò a contare più di 2000 uomini. Passata questa fase il carcere fu chiuso per periodi intermittenti fino alla chiusura definitiva nel 1923 e nel 1928 fu dichiarato Monumento nazionale.

tombolo-montefuscoIl tombolo (o pezzillo) è una forma di lavorazione artigianale del merletto tipica di Montefusco, che spesso fa più pensare ad una vera e propria arte. Diverse sono le ipotesi sulla sua introduzione, nel periodo svevo, con Manfredi quando si stabilì a Montefusco con una colonia di fedelissimi saraceni, con gli aragonesi in quanto risulta che nel 1476 Eleonora e Beatrice D’Aragona prepararono con l’aiuto delle loro damigelle un merletto a tombolo da donare alla regina d’Ungheria, ora siccome la corte aragonese soggiornò per lunghi periodi a Montefusco è altrettanto probabile la diffusione di questa tecnica da parte delle nobildonne aragonesi. Altra ipotesi è che qualche donna proveniente dall’Abruzzo si sia trasferita a Montefusco importando questo tipo di lavorazione con i fuselli. Molteplici sono i tipi di lavorazione, alcune molto difficili da eseguire in quanto richiedono particolare bravura e tanta esperienza. Elemento importante, oltre al disegno su cartoncino, di un particolare tipo, sul quale eseguire la lavorazione era ed è il tipo di filato utilizzato. Decisamente più pregiata era la lavorazione con filo di lino, di diverso spessore, e più sottile era, più difficoltosa era la lavorazione, naturalmente più pregiato era il manufatto. Attualmente il filato di cotone ha sostituito quasi del tutto il lino. Vi erano poi i lavori eseguiti con filati d’oro e d’argento, questo soprattutto nel convento delle Suore Domenicane i cui pregiatissimi lavori sia di tombolo che di ricamo andavano in dono a Papi. La prima metà del Novecento vede attivi sul territorio due laboratori di tombolo, il laboratorio Bocchino e il laboratorio Castagnetti, che, oltre ad insegnare a ragazze, anche giovanissime, il lavoro a tombolo, ne vendevano il prodotto. Secondo testimonianze di anziane donne che ne avevano fatto parte, era una sorta di scuola dura e senza distrazioni, e dove soprattutto era vietato far uscire all’esterno i disegni, soprattutto quando questi erano particolari. Il suo utilizzo non era limitato ai corredi delle giovani donne, bellissimi esemplari sono anche i paramenti sacri. L’essere presente nella vita sociale è testimoniato da numerosi documenti storici così come la sua incidenza a livello economico perché per mancato pagamento di lavoro a ‘pizzillo’ (o pezzillo) commissionato a qualche lavorante si poteva finire davanti al Giudice della Corte Baronale.

A Montefusco possiamo ammirare la Chiesa di San Giovanni Vaglio, quella di San Bartolomeo, quella di Santa Maria della Piazza, la Chiesa del Carmine, di Santa Caterina da Siena, di Santa Maria delle Grazie, di San Francesco e tante altre.

Nella platea dell’antico Convento dei Frati Minori erano indicati i beni dei Frati incamerati dal Demanio. Si leggeva che nel tempio annesso al convento, fondato da San Francesco d’Assisi, è sepolto il cittadino che uccise il Dragone che infestava le vicinanze. Secondo la leggenda, nei primi decenni del XV secolo, il bosco Pirotta nella zona del Cubante, era infestato da un feroce e mostruoso animale. Il padrone del bosco, Antonello Castiglione, nobile montefuscano, dopo aver addestrato il suo cavallo, si armò di spada e lancia per combattere il mostro. Il combattimento avrebbe avuto luogo la mattina del 15 giugno 1421. Si trattò di una lotta molto lunga, tanto che dopo quattro ore, Antonello stava perdendo le residue forze, mentre il mostro tentava di avere la meglio su di lui emanando aliti velenosi. Per fortuna, il nobile sentì suonare le campane in occasione della Festa di S.Vito, e rivolgendogli una supplica, riprese a combattere con molta vigorìa, tanto da riuscire ad infilzare il drago, la cui carcassa trascinò a Montefusco, dove rimase esposta alla pubblica visione e, dopo qualche giorno, fu persino portata a Napoli. Purtroppo, Antonello Castiglione, avendo inalato l’alito pestilenziale, morì lasciando una disposizione testamentaria secondo cui parte del suo patrimonio sarebbe andato ai Frati ed ai Canonici di S. Giovanni, imponendo però l’obbligo di celebrare solennemente l’episodio ogni 15 giugno, tramite una solenne processione attraverso il paese, come effettivamente fu fatto per diversi secoli, fino alla metà del XIX secolo. Il fatto è storicamente certo, data l’esistenza del testamento e della notizia che ne danno le platee delle chiese di S. Francesco e S. Giovanni del Vaglio, nonché antiche pubblicazioni rinvenibili presso la Biblioteca arcivescovile di Benevento, in cui è riprodotto lo stemma di Antonio Castiglione, a cui va aggiunta la persistente, ora scomparsa, secolare commemorazione. Tenuto conto che i boschi dell’Irpinia, in passato, erano riccamente abitati da orsi, lupi e cinghiali, non è da escludere che la leggenda del dragone sia stata alimentata da uno di tali animali di taglia abnorme, tanto da essere visto come un drago.

palazzo-ruggiero-montefuscoIl centro storico di Montefusco è tutto un intricarsi di stradine lastricate in pietra, piazze e piazzette, vicoletti, scalinate, chiese e chiesette, e tanti palazzetti signorili con portali in pietra. Nei pressi della chiesa di S. Giovanni del Vaglio si trova il palazzo Aggiutorio, risalente al XVII secolo. Il palazzo Giordano risale al XVII secolo mentre il palazzo della Corte Baronale va collocato nel XVII secolo. Il centro storico di Montefusco è colmo di altri edifici gentilizi settecenteschi od ottocenteschi, non tutti in ottimale stato di conservazione, anzi, sovente, apparentemente abbandonati. Degli altri edifici gentilizi di Montefusco ricordiamo il palazzo Lanza, quello della ex chiesa di S. Leonardo, sconsacrata, adibita a Dogana ed infine, ceduta a privati, il palazzo Urciuoli-Capozzi, il palazzo Battimeli e di fronte a questo il Palazzo Croce, ed i palazzi Egidio, Melisurgo, de Martino, Regina, Casazza-de Regina, Riola e tanti altri.

Chiudiamo la visita a Montefusco e ci diamo appuntamento con l’Irpinauta come di consueto per giovedì prossimo. Ci ritroveremo sempre nella Valle del Sabato e, in particolare, a Tufo, il cuore pulsante della Terra del Greco.

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