Non sparate su un miracolo

Cari amici,

ho festeggiato il primo maggio facendo un giro con famiglia e amici al parco della Caffarella, una splendida oasi a ridosso dell’Appia Antica. A un certo punto nella fattoria in cui ci siamo fermati hanno fatto ritorno le pecore al pascolo nell’agro romano e si sono messe in fila per la mungitura: la foto di rito con il lupo “number one” e il gregge mi è venuta spontanea e lui si è prestato – come vedete – da par suo. Poi, a un certo punto, mi sono perso. Intento a rispondere, tutto infervorato, a un messaggio sui presunti errori di formazione di Rastelli mi sono perso un bivio e Dio lo sa per ritrovare la comitiva, con la moglie che mi ha dato appuntamento via cellulare su una passerella davanti a una bella fonte di epoca romana.

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Ivan, il lupo “number one”

In altre parole, il ruolo di Rastrellatore, mi insegue pure nei giorni di festa in famiglia. Si sperava che la grandiosa prova contro il Crotone imponesse un turno di riposo ai critici di professione, ma non è così. Se perdono… che perdono, se pareggiano… che “si sono impegnati poco altrimenti avrebbero vinto facile”, se vincono… “e perché non avete vinto anche l’altra volta?”. Come se ci allenassimo solo noi e incontrassimo dei dilettanti dall’altra parte. Che se ti impegni vinci, se non ti impegni non vinci.
Confesso di non essere un tecnico di pallone, penso di capirci qualcosa, ma ho poco tempo per seguire i campionati e le altre squadre. Ma ho imparato da tempo, nel mestiere di giornalista, che i migliori articoli ti escono proprio sulle cose di cui ci capisci poco.

Facendo professione di umiltà, più che esibizione di – presunta – conoscenza. Non avendo le coordinate, infatti, uno mette da parte le proprie “fisse” e va dritto al sodo, attingendo a parametri oggettivi. E allora mi è venuta una curiosità. Sono andato a vedere su Transfermarkt – sito professionale per addetti ai lavori ma di normalissima accessibilità – quanto vale l’Avellino di oggi. La curiosità mi è venuta perché troppe ne ho sentite in questi giorni e troppi scienziati ho visto pronunciarsi su quello che si sarebbe potuto fare con questo Avellino, e non si è fatto.

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Il valore dell’Avellino oggi

Ebbene, scopro che l’Avellino di oggi – può vederlo ognuno di voi se va su quel sito – vale 10 milioni e 525mila euro. Se guardate, domani giochiamo contro il Cesena che vale 4 milioni più di noi, e sabato scorso abbiamo ridicolizzato il Crotone che ne vale altrettanto. Stando alla classifica del valore di mercato dei giocatori dovremmo avere indietro solo quattro squadre invece mi pare che – al netto di alcune ingiustizie conclamate e al cune ruberie arbitrali – siamo stati sempre nella parte sinistra della classifica. Ma c’è di più. Mi sono conservato la stessa classifica fatta ad inizio campionato, quando la società era attaccata su più fronti per non aver predisposto – si diceva – una rosa all’altezza della situazione, quasi a pronosticare l’ennesimo “ascensore”, il quinto – mi pare – dell’ultimo ventennio. E vedete che cosa diceva, quella classifica. L’Avellino era ultimo ad inizio campionato, ma soprattutto il parco giocatori valeva esattamente la metà di quanto vale ora: 5 milioni e 250mila.

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Il valore dell’Avellino ad inizio campionato

Allora, ricapitolando. Abbiamo iniziato il campionato con le prospettive peggiori di tutti, ci siamo invece salvati con tre mesi di anticipo, siamo ancora in lizza con i play off e – per di più – il valore dei nostri giocatori si è nel frattempo raddoppiato, senza che gli acquisti di gennaio possano aver influito particolarmente, se non del 10 per cento, ad aumentare il totale. Di chi è il merito? Di tutti. Innanzitutto della proprietà, che ha portato una parola sconosciuta ad Avellino: programmazione. In una piazza che cuoce a fuoco neanche tanto lento gli allenatori e i progetti aziendali nell’arco di in media di sei mesi ha consentito a mister Rastelli e al ds De Vito e a tutto lo staff di poter lavorare con dedizione, e i risultati si sono visti: forse non li abbiamo neanche visti ancora tutti. Ci vogliamo inserire anche qualche scelta presa direttamente dal presidente, tipo Galabinov e Ladriere (oltre, nel secondo caso, al mio amico socio del club Roma Fabio Taccone). E inseriamole.

Ma subito dopo, naturalmente, arrivano i meriti di questo staff che andrebbe applaudito a scena aperta per gli schiaffi da faccia che ci ha tolto, e per le soddisfazioni che in prospettiva ci può ancora dare. Ci dobbiamo mettere poi i meriti dell’ambiente, del tifo organizzato e della Curva in particolare, che sono stati sempre vicini alla squadra, con l’esclusione di qualche fischiatore di professione delle due tribune. Tutti hanno merito, a mio avviso, se la squadra partita con prospettive peggiori di tutte, all’inizio, ha superato così tanto le attese. Meriti dei protagonisti, meriti di chi li ha scelti, meriti di chi li ha allenati e preparati. Senza voler indugiare su ogni singolo componente, sui giocatori che hanno saputo aspettare il loro turno, ultimo di tutti Togni che si è rivelato un grande professionista nell’aver alzato il dito al momento giusto, senza recriminare o polemizzare quando non ha mostrato di meritare il posto.

Qual è il problema invece. Siccome non siamo nel Paradiso terrestre e qualche periodo negativo c’è stato o qualche errore si può esser commesso, invece di gioire per esser stati solo un mese o due al livello delle attese (e nel resto nettamente al di sopra) sono partite le accuse, i sospetti, i veleni. “Colpa della preparazione”. “Colpa di Rastelli che è amico di quello, che ha cambiato modulo”. “Colpa di De Vito che ha sbagliato quell’acquisto o quell’altro”. “Colpa di Taccone che non ha comprato Zito e Ardemagni”. Colpa? E colpa di che? Di una promozione diretta seguita poi da un campionato da favola con la squadra valutata meno di tutte all’inizio? Ma davvero fate? Ragazzi, qui si stanno imbastendo processi senza capo di imputazione, ci stiamo facendo del male da soli, e per giunta con alta dose di irresponsabilità, in un momento in cui il sogno, peraltro, è ancora intatto.

Mi ricorda un po’ una commedia di Eduardo (“Le voci di dentro”) in cui è sparito un certo Aniello Amitrano, Eduardo si è sognato che l’avevano ucciso e allora fra i parenti scatta la delazione uno contro l’altro su chi possa essere l’assassino. Fino a che si scopre che Amitrano era solo scappato per un litigio con la moglie, e allora Eduardo fa una celebre arringa contro tutta la famiglia, accusando tutti di essere assassini. Un’arringa splendida basata sulla parola stima, che – in una famiglia – non dovrebbe portare a dubitare l’uno dell’altro. Un capolavoro teatrale, ascoltatelo.

Pari pari l’Avellino. Sembriamo tutti assassini di un omicidio che non è avvenuto. Assassini di un sogno che è ancora tutto intero, ognuno ad accusare l’altro direttamente o per interposta persona. Bisogna sperare che qualcuno ne abbia l’interesse a farlo (per chissà quale motivo) se no ci sarebbe da dubitare della stessa materia grigia dei miei conterranei, o di alcuni di loro almeno, e sarebbe peggio. Per fortuna, però, poi di solito sappiamo riguadagnare il senno al momento giusto, i profeti di sventura e i lucratori sulle discordie se ne faranno una ragione. E la vera consolazione è che la squadra sta sul pezzo come non mai. Stia tranquillo anche chi li considera mercenari (sono in realtà solo dei professionisti): il premio play off è fissato da tempo. Non c’è ragione di immaginare impegni a corrente alternata o a mezzo servizio di tutti o di qualcuno. Avete sentito il mister? È sereno, tranquillo e concentrato, come sempre, anzi persino un po’ in più. Il nostro sogno – intatto – è in buone mani, e di conseguenza anche il Rastrellatore lo è.

La partita col Crotone ci lascia intravedere un finale di campionato tutto da scoprire. La salita in cattedra di Togni ha cambiato di fatto il nostro modulo, corre di più la palla e di meno i calciatori, a centrocampo sono stati trovati nuovi equilibri con due laterali mobili sulla linea difensiva, due cursori e una sorta di rombo che il brasiliano aziona da dietro e il belga Ladriere finalizza avanti. Il bello deve ancora arrivare, mi sa. Il Cesena non è certo quella squadra scarsa evocata da Massimo Troisi (“o Cesena”, ricordate?), ma l’Avellino che abbiamo rivisto non ha paura di nessuno, supportata come sarà dai nostri prodi lupi in trasferta, ci saremo anche noi di Roma con i nostri Michele Coppola, Pellegrino Marinelli e ‘o Barone Ferdinando da Latina.

Quanto a me vi confido una storia drammatica. In viaggio per il paese natale di mia moglie nel Trevigiano passo esattamente per Cesena esattamente ad orario di partita. La trattativa è in corso, l’esito incerto: fate il tifo per me (chi è credente si chiuda in preghiera) perché la consorte sia mossa a compassione. Se no soffrirò con la radio accesa alla guida.

La formazione io la vedo così. Arini fresco e riposato preferito al Guerriero di Ascea, per il resto come sabato scorso. Quindi:
SECULIN, ZAPPACOSTA, IZZO, PECCARISI, PISACANE, ARINI, TOGNI, SCHIAVON, LADRIERE, CASTALDO E GALABINOV.

Forza lupi!

TUTTE LE RASTRELLATE DI ANGELO PICARIELLO