Parternopoli (Avellino): Carnevale, Notte del Lauro e Broccolo Aprilatico

Paternopoli conta cira 2.500 abitanti e sorge sulle rive del fiume Calore. Il toponimo del paese, che fino al 1863 era denominato semplicemente Paterno, deriva dall’aggettivo latino paternus (paterno) e da -poli (dal greco pòlis, città) aggiuntovi posteriormente per distinguerlo da altri comuni omonimi. Il borgo è citato già in un atto notarile dell’817, anno in cui Pietro Marepai dona Paterno agli abati di Montecassino e di San Vincenzo al Volturno. Le prime testimonianze di una presenza umana a Paternopoli risalgono al Paleolitico medio, periodo cui si riferiscono una serie di strumenti trovati sul finire del secolo XIX nelle campagne circostanti. Durante l’epoca romana, la zona rientrava nel territorio della vicina città di Aeclanum (odierna Passo di Mirabella) e materiali archeologici ed architettonici, iscrizioni funerarie e tombe, rinvenute nelle contrade Casale, San Pietro e Serra, attestano la frequentazione quasi ininterrotta del luogo dal I secolo a.C. alla tarda età romana. Da un altro documento del 1004 sappiamo che allora il casale era sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Montevergine.

Nel XII secolo il feudo entrò a far parte dei possedimenti del conte normanno Guglielmo Gesualdo, figlio del duca di Puglia Ruggiero, menzionato in un atto di donazione del 1142 che parla dell’acquisizione da parte dell’Abbazia di Cava dei Tirreni del monastero di San Pietro in Paterno. A Guglielmo successe nel 1152 il figlio Elia I Gesualdo, seguito a sua volta dai discendenti Roberto (1190), Elia Il (1230), Nicola e Roberta Gesualdo, la quale portò le sue proprietà in dote al marito Giacomo da Capua, Protonotario del Regno di Napoli. Morto costui senza lasciare eredi diretti, il feudo passò a Maria da Capua, moglie di Filippo Filangieri, mentre lo ebbero successivamente i discendenti Giacomo, conte di Avellino (1372), Nicola (1400) e Caterina Filangieri (1416).Quest’ultima diede il feudo nel 1420 al marito Sergianni Caracciolo, cui successe il figlio Troiano Giacomo, duca di Melfi, che ne venne ben presto privato dal demanio regio per aver preso parte alla fallita congiura dei Baroni del 1456 contro Alfonso d’Aragona. Assegnato dalla Corte Regia nel 1478 al conte di Conza, Nicola Gesualdo, l’ebbe due anni dopo il fratello Luigi, il quale ottenne con assenso regio il titolo di conte di Paterno.

Dopo la morte senza eredi della primogenita di Isabella Gesualdo, Lavinia (1629), il feudo fu nuovamente incamerato dalla Corte Regia ed acquistato nel 1636 dal marito di Isabella, Niccolò Ludovisi, duca di Zagarda e Fiano. Fu poi trasmesso nel 1664 a Giovan Battista Ludovisi, principe di Piombino, che per i molti creditori venne costretto dal Tribunale del Sacro Consiglio ad alienare nel dicembre 1676 il feudo per soli cinquemila ducati al nobile Francesco Maria Mirelli. Lo stesso Mirelli dichiarò successivamente di aver acquistato Paterno in nome di Cesare Carafa, principe di Chiusano, cui i diritti feudali furono confermati dal vicerè di Napoli nel marzo 1694. I discendenti di Cesare che si avvicendarono nella signoria del paese furono Fabrizio Il (1697), Tiberio II (1711), Vincenzo (1742), Riccardo, duca d’Andria (1765) e Francesco Carafa (1797), il quale nel 1804 ebbe nel cedolario regio l’ultima intestazione del feudo di Paterno.  Nell’agosto 1806 i diritti feudali in Italia meridionale furono definitivamente aboliti dal nuovo re di Napoli, Giuseppe Bonaparte. Da ricordare nella storia del centro il noto saccheggio seguito dall’incendio dell’abitato compiuto nel 1671 dall’abate di Cimitile, Cesare Riccardi, uno dei più famosi banditi del tempo, il quale dopo aver ucciso il conte Alessandro Mastrilli, abbandonò la carica ecclesiastica compiendo nella zona sequestri e rapine dal 1769 al 1772.

A Parternopoli si possono ammirare alcuni interessanti siti. La Chiesa di San Nicola è un monumentale edificio di culto che risale al 1522, anche se nel corso della sua storia ha subito diversi rifacimenti e ristrutturazioni, soprattutto nel Settecento e, più di recente, intorno alla metà del secolo scorso. La facciata, piuttosto articolata, è preceduta da una scala pentagonale che conduce all’alto portale lapideo d’ingresso, con frontone triangolare spezzato. All’interno della chiesa, a tre navate divise da pilastri, con otto cappelle laterali, si trovano numerose opere d’arte di rilievo, tra cui una tela settecentesca con la miracolosa immagine di Santa Maria della Consolazione, tre dipinti del Vigilante della seconda metà del XVIII secolo raffiguranti rispettivamente la Vergine del Rosario, l’Annunciazione e l’Ultima Cena, un busto ligneo policromo del 1737 di Gennaro D’Amore con le sembianze di San Vincenzo Ferreri, un artistico altare in marmi policromi sempre settecentesco. Allo stesso periodo sono pure riferibili il fonte battesimale con vasca in pietra scolpita, un confessionale in legno intagliato, un’acquasantiera a conchiglia, l’organo monumentale a canne ed un rilievo su lastra tombale visibile nella pavimentazione della chiesa. Nel 1951 lungo le pareti interne, tra gli archi e le finestre, sono stati collocati dodici nuovi dipinti su tela del Girosi con scene allegoriche e figure di santi. All’edificio parrocchiale è affiancata la torre campanaria.

Chiesa di San Nicola
Chiesa di San Nicola

La piccola Chiesa di San Giuseppe, edificata nel 1534, presenta nella semplice facciata a capanna con varie decorazioni, un portale in pietra con superiormente l’iscrizione latina “Universitas Paterni”, una monofora circolare ed una nicchia. All’interno, ad una sola navata, si può ammirare un prezioso altare in marmi policromi con decorazioni scultoree in stile tardo-barocco. Vi si conservano anche un artistico coro ligneo del XVIII secolo, qualche scultura in legno policroma ed una tela raffigurante una Madonna con Bambino.

La costruzione originaria della Chiesa di San Sebastiano risale al XVI secolo: rifatto interamente in età moderna e sede, fino al trentennio scorso, di un’antica confraternita, ha una semplice facciata a capanna dotata di un portale lapideo settecentesco con frontone triangolare spezzato da una monofora rettangolare di piccole dimensioni. L’interno dell’edificio, ad una sola navata, conserva l’antico altare in marmi policromi con decorazioni in stile barocco e fino a qualche anno fa vi era una tela del XVIII secolo raffigurante San Sebastiano.

Il centro antico del paese è caratterizzato da un dedalo di viuzze, ove si trovano ancora edifici tardo-rinascimentali con murature in pietrame e torrette angolari. Edifici signorili, come Palazzo Famiglietti, Palazzo De Conciliis, Palazzo De Rossi, Palazzo Ziviello, con artistici portali e fregi architettonici, sono visibili anche lungo il corso Vittorio Emanuele, nella piazzetta San Vito e nelle strade adiacenti. Tra gli altri monumenti si segnala, in piazza IV Novembre, la settecentesca Fontana Acqua dei Franci. Nei dintorni del paese si trovano i ruderi del Convento dei Minori Conventuali (XVI secolo) con l’annessa Chiesa di Santa Maria a Canna. In località Casale si trova la Chiesa di San Pietro che conserva ancora l’originale altare marmoreo e la pavimentazione in cotto, mentre la facciata è dotata di un portale lapideo architravato.

Ogni anno, a Paternopoli, in occasione del Carnevale, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa, si tiene una caratteristica sfilata di carri a cui viene assegnata una tematica specifica. Il Carnevale Paternese normalmente si svolge in due giorni: domenica e martedì grasso, giorni in cui accorrono miglia di persone. I costruttori dei carri sono giovani, artigiani e appassionati che, di anno in anno, portano in piazza idee diverse ed in perfetta sintonia con lo spirito e l’allegoria della festa. Alla realizzazione dei carri allegorici partecipano anche esperti di pittura e di lavorazione dei materiali.

Carnevale Paternese
Carnevale Paternese

Nella notte compresa tra il Sabato Santo e la Domenica di Pasqua, è in uso che i ragazzi del paese donino, quale segno del loro amore, una pianta di alloro alle proprie fidanzate, mogli oppure semplicemente a ragazze per loro importanti. In tale notte, denominata Notte del Lauro, si può assistere alla creazione di artistiche composizioni a volte arricchite di fiori, uova pasquali e quant’altro suggerisca la propria fantasia. La Santa Domenica poi, la maggior parte dei balconi, ingressi o giardini delle case delle amate sono ornati da tali composizioni e, come da tradizione, si gira per il paese per osservare l’operato notturno degli artisti. Come ogni tradizione che si rispetti, ha anche il suo lato meno romantico. Infatti, per rispondere ad un rifiuto o per dimostrare il proprio disprezzo nei confronti di una ragazza, è possibile anche trovare un’altra pianta: il sambuco. Tale pianta, a differenza dell’alloro, viene portata in senso di spregio, in quanto dopo diverse ore dal taglio emana uno sgradevole odore.

Tra i personaggi famosi nativi o, in qualche modo, legati a Parternopoli ricordiamo Urbano Russo (XVII secolo), abate generale di Montevergine, Antonio da Paterno (XV secolo), vescovo di Nusco, Francesco Antonio Spada (1688-1736), avvocato, letterato e scrittore, Nicodemo Iorio (1748-1802), teologo, filosofo, letterato e saggista, Giuseppe De Renzi (XVIII secolo), teologo e oratore sacro, Salvatore De Renzi (1800-1872), docente di Storia della Medicina presso l’Università di Napoli, storico e scrittore, Carmine Modestino (1806-1872), letterato, archeologo, scrittore e uomo politico dal 1848, Felice De Renzi (1800-1864), medico illustre, docente presso l’Università di Napoli e saggista, Filippo de Iorio (1800-1859), letterato, scrittore, latinista, patriota e uomo politico, Fiorentino Sullo, politico, più volte ministro, legato anche a Castelvetere sul Calore, Sergio Siracusa, già Comandante Generale dei Carabinieri.

Pianta di Broccolo Aprilatico di Paternopoli
Pianta di Broccolo Aprilatico di Paternopoli

Infine è d’obbligo segnalare che da secoli il territorio di Paternopoli è dedito alle coltivazioni orticole;  la sua fama, dovuta ai suoli fertili e alle numerose sorgenti d’acqua, è menzionata già durante il ‘700 nelle relazioni dei vescovi del territorio inviate a Roma. Gli orti di Paternopoli erano noti per la varietà e la qualità di ortaggi in tutta l’Irpinia, dove, in ogni mercato, fino a pochi decenni fa si potevano trovare primizie e vere e proprie specialità di questo piccolo borgo, come il broccolo primaverile. In questo piccolo areale, oggi ricadente nei confini comunali, gli ortolani hanno selezionato nei secoli un broccolo primaverile, che chiamano Broccolo Aprilatico, di colore verde scuro intenso e dalle cime croccanti se crude, ma succose e di sapore gradevole dopo la cottura. Il ciclo vegetativo di questo broccolo è lunghissimo, gli ortolani seminano a fine estate un piccolo appezzamento da cui ottengono le piantine che andranno a trapiantare prima dell’arrivo del freddo invernale. La raccolta avviene solo con l’arrivo della primavera, a partire da fine marzo che, quando la stagione lo consente, arriva fino a metà maggio. Prima però la pianta deve aver sviluppato un uno scapo fiorale abbastanza grande che viene cimato in modo da permettere un abbondante ricaccio laterale, sono proprio queste cimette infatti che vengono raccolte con molta cura dagli ortolani di Paternopoli. La raccolta viene fatta manualmente, cogliendo gli scapi e parte delle foglie, le più tenere, e mettendo tutto insieme a formare dei mazzi. Le cime devono essere prese quando ancora sono raccolte e il fiore è chiuso. In questo modo il prodotto si conserva anche per una settimana se mantenuto in locali freschi e bui. Una ricetta paternese lo vede abbinato a sarde, aglio e limone, ma in generale è un ottimo ingrediente per la preparazione di primi piatti di pasta fatta in casa (fusilli arrotolati a mano ad esempio) o per il pancotto, oppure come semplice contorno che ben si sposa, nella tradizione locale, con la carne di maiale.

Con l’acquolina in bocca, lasciamo Paternopoli per darci appuntamento al prossimo numero de l’Irpinauta di Salvatore Nargi.

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA:
L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI