San Potito Ultra: magia di colori, suoni e sapori

Dopo aver lasciato indenni la Bocca del Dragone di Volturara Irpina, eccoci giungere a San Potito Ultra, piccolo paese non lontano dal capoluogo e molto vicino a Parolise, di cui abbiamo già parlato.

Nella valle del torrente Salzola, in posizione in parte collinare ed in parte pianeggiante, San Potito Ultra, dalla forma allungata, lungo la SS 7 Appia, che lo lambisce, è un borgo irpino molto tranquillo, ubicato in un’area assai interessante dal punto di vista naturalistico e paesaggistico. Il suo territorio presenta campagne fortemente urbanizzate ed assai fertili (cereali, viti, ulivi, ortaggi, nocciole ed alberi da frutta). Una delle sue aree rurali, Contrada Ramiera, era celebre per la lavorazione artigianale del rame e del ferro battuto in apposite botteghe tipiche, dove lavoravano i ramari, le cui produzioni artigianali si possono ancora ammirare girando per San Potito Ultra. Le positive caratteristiche citate, unite alla notevole vicinanza al Capoluogo, che si raggiunge in pochi minuti, ha favorito lo spostamento di diversi Avellinesi verso San Potito e la vicina Parolise.

Castagna di San PotitoSan Potito Ultra sorge a 517 metri sul livello del mare e conta circa 1500 abitanti. Il Santo Patrono è San Potito, appunto, che ricorre il 14 gennaio, ma viene festeggiato l’8 settembre, unitamente alla Compatrona, la Madonna del Soccorso. I tanti emigrati, soprattutto quelli nel Nord Italia, sono soliti tornare al borgo durante l’estate animandolo e prendendo parte alle altre feste civili e religiose, quale quella di S. Antonio Abate (17 gennaio), alle fiere ed alle sagre che vi si organizzano. L’aria buona, il verde, la tranquillità, la vicinanza al capoluogo, la presenza di strutture commerciali e ricettive, fanno di San Potito Ultra un perfetto luogo dove passeggiare, andare in bicicletta o punto di partenza (o di riposo) per escursioni nei dintorni, come ad esempio quelle verso il prossimo Monte Tuoro, nel territorio di Chiusano San Domenico.

La ricostruzione delle antiche vicende di San Potito è estremamente difficoltosa data l’assenza o carenza di fonti, pertanto, le notizie che si hanno si basano principalmente su supposizioni o ricostruzioni verosimili. Sembra che le origini di San Potito si ricolleghino in qualche modo al villaggio di Radicozzo, distrutto una prima volta nel 200 A.C., forse originariamente chiamato Ropicuozzo, che significa dell’eremita (Ro’ Picuozzo), che avrebbe qui eretto un edificio religioso in onore di San Pietro. Nei pressi di tale chiesa si insediò tale Potito, figlio di un Senatore di Sardegna fatto martirizzare quale cristiano presso Ascoli dall’Imperatore Antonino nel 180 A.C.-. Nei pressi della chiesa di S. Pietro, originariamente doveva insistere un tempio romano dedicato a Giano, sulle cui rovine era stata edificata la chiesa di S. Potito e che si trovava nell’abitato di Graziano, divenuto poi San Potito. Quindi, San Potito non discenderebbe direttamente da Rodicozzo, nel senso che in origine si sarebbe trattato di due siti distinti, anche se molto prossimi.  E’ probabile, che in epoca medioevale, i Longobardi avessero dato vita ad un vero e proprio borgo di dimensioni maggiori, che avrebbe finito per inglobare i due centri. Ad ogni modo, e qui veniamo alle fonti certe, le prime notizie certe dell’esistenza di Radicozzo si rinvengono in un documento del 1231, redatto da tale Guglielmo, medico e notaio di Avellino, dove si parla del Casale Radicozzo, pertinenza di Candida.

San Potito diede i natali a Pirrantonio De Laudisio, giudice regio nel 1576, Salvatore Molinaro, Priore del monastero di S. Giacomo di Benevento nel 1578, Antonio Amatucci, Cavaliere della Corona d’Italia. Il nome San Potito venne già utilizzato in epoca angioina e soltanto a partire dal 1860 venne integrato da “Ultra”, in ricordo dell’antica appartenenza a Principato Ultra (o Ulteriore), quando divenne Comune a sè.

La chiesa di S. Antonio Abate, o chiesa Madre, ubicata nel centro storico, risalente al XVII secolo, lungo la strada principale, presenta una bella torre campanaria. Qui si rinvennero delle sepolture dove i corpi venivano introdotti nel sacrario tramite una botola. Sopra l’altare, detto dell’Annunziata, si può ammirare una bella tela del XVIII secolo che raffigura l’Annunciazione, di recente restaurata. Su di una lapide, un’iscrizione del 1701 segnala la presenza dei resti degli antenati della famiglia Amatucci, dal capostipite, il conte Lorenzo. La chiesa di S. Antonio da Padova, ubicata lungo la strada principale del centro storico, è letteralmente soffocata dalle palazzine che l’attorniano. Un particolare che vi segnaliamo relativo a questo edificio risalente al XVII secolo, è il bel portale in pietra. Inoltre a San Potito troviamo la Congrega della Madonna del Soccorso, lungo la strada principale del centro storico, che insiste tra l’arco del palazzo dei Baroni Amatucci e la chiesa di S. Antonio Abate.

Nel centro storico si possono ammirare alcuni edifici con i portali in pietra ed i balconi in ferro battuto, artistici porticati con la volta a travi. Tra gli altri, il già citato palazzo dei Baroni Amatucci, oggi sede del Municipio, che all’interno contiene la caratteristica cappella di famiglia degli Amatucci, dove erano conservate le reliquie di San Potito. Fino al 1980, tale edificio era fronteggiato dal palazzo marchesale, demolito a seguito del terremoto, e comunque a quel tempo già in precarie condizioni di conservazione e stabilità. Il palazzo Maffei si trova anch’esso lungo la strada principale del centro storico di San Potito, non molto lontano dal palazzo dei Baroni Amatucci.

Palazzo AmatucciSpostandoci nella più importante area di San Potito, l’attuale piazza principale del paese, possiamo osservare la presenza di due palazzi contrapposti: il palazzo Marchesale dei Calò, Marchesi di Villanova, ed il palazzo dei Baroni Amatucci. Il primo, il più imponente, a seguito della crisi del sistema feudale e della sua abolizione, aveva perso il suo ruolo centrale nella vita del paese, tanto da essere via via suddiviso tra diversi proprietari, fino al terremoto del 1980, che gli inferse il colpo mortale e ne determinò la demolizione. Il secondo edificio, dei Baroni Amatucci, era sicuramente meno imponente. Tuttavia, soprattutto nei periodi dell’annata agraria in cui venivano riscossi dai contadini i fitti ed altri diritti delle proprietà della famiglia Amatucci, o vi si recavano i vari intermediari ed acquirenti in gran copia del grano e vino prodotti nelle terre di proprietà dei Baroni, il palazzo si animava talmente, da divenire il vero centro del paese.  A quel tempo, le difficoltà economiche in cui si dibatteva la popolazione di San Potito Ultra, l’interesse degli Amatucci ai soli loro traffici ed all’amministrazione delle rendite (risiedevano a Napoli e solo periodicamente dimoravano nel palazzo di San Potito) ed il disinteresse degli ex Signori Marchesi, impedirono la realizzazione di una vera e propria piazza, centro del paese, che sostanzialmente non esisteva. Fu solo successivamente, il Sindaco Francesco Sandulli, dopo l’unità d’Italia, a cercare di risollevare le sorti della Piazza e del paese, reclamando l’attribuzione a San Potito della qualifica di “Capoluogo di Mandamento”, in luogo della designata Chiusano San Domenico. Tale sindaco giustificò la sua richiesta, non esaudita, con la presenza dell’imponente Palazzo Marchesale che ben si sarebbe prestato ad accogliere gli uffici del Mandamento. La mancanza di un vero e proprio nucleo aggregante della popolazione indusse il Consiglio Comunale, il primo agosto 1908, a deliberarne la realizzazione, anche grazie ad una donazione di ben 900 metri quadrati di terreno da parte dei Baroni Amatucci, ai quali verrà dedicata la piazza. La stessa fu però completata solo durante il Fascismo e fu denominata Piazza Littorio nella quale venne inserito un monumento ai Caduti, di dimensioni eccessive rispetto al luogo contenitore. Con la caduta del Fascismo, il monumento venne spostato e ridimensionato. Purtroppo la costruzione della nuova strada, detta “Variante” alterò definitivamente gli equilibri del paese, spostandone il baricentro verso tale strada, Via Nazionale, emarginando la piazza, in cui si realizzò comunque un edificio scolastico e sede municipale. La demolizione del palazzo Marchesale Calò a seguito del terremoto del 1980 privò la piazza di un essenziale elemento storico-architettonico, contribuendo alla ulteriore marginalizzazione della piazza. Al tempo stesso, però, è proprio in tale periodo che si volle ridare centralità alla piazza, acquisendo il palazzo dei Baroni Amatucci come sede municipale e migliorando l’edificio scolastico.

Uno dei prodotti tipici del paese è senza dubbio il torrone, delizioso dolce tipico di Natale, che vanta una lunga e ricca tradizione. Le origini de questo dolce sono avvolte nel mistero, alcuni affermano sia stato inventato in Cina, altri in Arabia, altri ancora in Spagna. Nel nostro paese si narra sia stato inventato nel 1441 a Cremona in occasione del matrimonio tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza dove, alla fine del banchetto, i pasticceri decisero di servire un dolce che rappresentasse la torre alta della città, allora chiamata Torrione (oggi Torrazzo), da cui poi derivò il nome “torrone”. Abbiamo poi le castagne che sono state per secoli una risorsa insostituibile per i contadini delle nostre valli tanto è vero che venivano definite “pane d’albero” perché riuscivano, nei momenti difficili, a risolvere il problema dei pasti giornalieri, rendendoli più saporiti e sostanziosi. Un tempo ogni paese aveva la sua zona destinata alla castanicoltura ed ancora oggi sono visibili testimonianze della sua lavorazione.

Lasciamo il piccolo borgo di San Potito Ultra per darci appuntamento a giovedì prossimo ancora qui per parlare di Irpinia.

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