Solofra (Avellino), Pelli ma non solo!

Solofra è un paese irpino di circa 12.000 abitanti ed è noto ai più soprattutto per essere uno dei  principali poli italiani per la lavorazione delle pelli. Ma, come recita il titolo del pezzo di oggi, Solofra non è solo concia delle pelli.

Il territorio di Solofra è stato frequentato da gruppi umani fin dalla preistoria: all’età del Bronzo (XV-X secolo a.C.) risale un villaggio capannicolo scoperto in località Passatoia e dal quale provengono ceramiche d’impasto appenniniche. Nella zona, in età sannitica (V-III secolo a.C.), nuovi gruppi umani impiantarono stabili insediamenti le cui necropoli, con tombe costruite a cassa di tufo e ricche di corredi funerari, sono state finora scoperte nelle contrade Starza e Pastena. Con l’avvento della dominazione romana nella valle furono stanziate numerose ville rustiche a produzione schiavistica, la cui presenza è testimoniata dai due complessi monumentali di età tardo-repubblicana (I secolo a.C.) esplorati nelle località San Nicola e Tofolo della frazione Sant’Agata. Il nome attuale del paese deriverebbe dall’osco salufris termine molto vicino al latino salubris (località salubre, fertile, ospitale), trasformato foneticamente in Salufrum, Salufra, Solofrae, Solofra. La prima notizia storica del borgo è contenuta in un atto notarile del 1015, dove si legge che un Maione, che ne era forse signore, dona a tale Falcone una proprietà ubicata in locum Solofrae. Nel 1182 il feudo era in possesso di Giacomo de’ Tricarico, cui seguirono i vari discendenti. Poi nel 1372 ne ottenne l’investitura il conte di Avellino, Giacomo Filangieri. Nel 1417 ne prese possesso Francesco Zurlo, conte di Montoro. Il feudo fu, nel 1528, acquistato per tremila ducati da Beatrice Ferrillo, duchessa di Gravina e vedova di Ferdinando Orsini. Alla famiglia Orsini di Gravina il paese appartenne sino all’abolizione dei diritti feudali (1806).

Solofra si trova a 400 metri sul livello del mare e si estende in una conca aperta dei Monti Picentini, dove il Pizzo San Michele è la cima più elevata, attraverso Montoro, sulla piana di Mercato San Severino; un vitale nodo della pianura campana che fa da collegamento tra il bacino dell’Irno e quello del Sarno. Questa posizione geografica ha giovato alla cittadina favorendone l’attuale realtà economica. Sulle pendici del monte Garofano ha origine il torrente Solofrana, che, dopo aver raccolto le acque della conca e della piana di Montoro, confluisce nel Sarno. La conca solofrana è circondata a nord dal monte S. Marco (807 metri) e dal Pergola (853 metri), ad est dal Monte Vellizzano (1032 metri) e a sud dal Monte Garofano (1496 metri) e dai monti Mai. Di quest’ultimo gruppo di monti fanno parte le Serre del Torrione (1415 metri), il Pizzo San Michele (1567 metri) ed il Tuppo dell’uovo (1525 metri).

Collegiata di San Michele
Collegiata di San Michele

Il 9 novembre 2005 alla città di Solofra è stata concessa la medaglia d’oro al merito civile, per il disastroso terremoto del 1980, con la seguente motivazione: «In occasione di un disastroso terremoto, con grande dignità, spirito di sacrificio ed impegno civile, affrontava la difficile opera di ricostruzione del proprio tessuto abitativo, nonché della rinascita del proprio futuro sociale, economico e produttivo. Mirabile esempio di valore civico ed altissimo senso di abnegazione. Sisma 23 novembre 1980.»

A Solofra si possono ammirare chiese, palazzi e monumenti. Partendo dalle numerose chiese, troviamo la Collegiata di San Michele Arcangelo, costruita nella prima metà del XVI secolo e completamente rifatta fra il 1733 ed il 1750; la chiesa mostra un’artistica facciata in stile barocco: tre i portali lapidei d’ingresso tra paraste disposte simmetricamente. Il portale centrale architravato ha due colonnine monolitiche su piedistalli ed è sormontato da una nicchia in cui è la statua di San Michele del 1614. L’interno, a tre navate con cappelle laterali, mostra decorazioni in stucco barocche, il pavimento marmoreo e il soffitto ligneo centrale a cassettoni in cui si  trovano numerosi dipinti di Tommaso Guarino raffiguranti Episodi del Vecchio Testamento, mentre nel soffitto cassettonato del transetto, fra la navata centrale e l’abside, vi sono i dipinti seicenteschi di Francesco Guarino con Episodi del Nuovo Testamento. Vi si conservano, inoltre: un organo a canne del 1579; l’altare maggiore in marmi policromi intarsiati; l’altare marmoreo della Trinità del 1622, opera di Tommaso Guarino; la tela settecentesca della Maddalena di Francesco Guarino oltre ad altre innumerevoli opere d’arte di scultura e pittura di scuola solofrana. Accanto alla facciata, ma staccata da essa, è la torre campanaria su tre livelli rivestita da blocchi squadrati di pietra calcarea e con finestroni archivoltati su tutti i lati della cella. La Chiesa di Santa Chiara si trova a pochi metri dalla Collegiata; essa è stata costruita nel XVII secolo e rifatta dopo il sisma del 1732. La sua facciata è caratterizzata da coppie di paraste al primo e al secondo livello e da monofore ellittiche orizzontali che si aprono su tre lati. L’unica navata interna è ricca di decorazioni in stucco settecentesche e vi si trovano dipinti parietali del 1630 circa di Tommaso Guarino ed alcune tele degli inizi del Settecento di Giuseppe Guarino. La Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli ha all’interno il pregevole altare maggiore in marmi policromi intarsiati, altri due altari marmorei del 1785 ed un dipinto settecentesco del Guarino, racchiuso in una cornice lignea dorata, che raffigura la Madonna di Montevergine. La Chiesa di San Domenico, costruita nel 1650 per volere della nobile Dorotea Orsini, fu ampliata nel corso del XVIII secolo. La facciata possiede un portale in pietra architravato del 1686 con decorazioni ornamentali. All’interno, a tre navate, possono ammirarsi una tela del 1644 di Francesco Guarino raffigurante la Madonna del Rosario, un dipinto del 1680 di Angelo Solimena con figura centrale di San Cirillo, un quadro del 1659 di Giuseppe Guarino rappresentante Sant’ Egidio, l’altare maggiore seicentesco in marmi policromi ed altre tele settecentesche situate nella navata centrale. La Chiesa di Santa Teresa, costruita nel 1692, sono custoditi un artistico altare in marmi policromi intarsiati ed un dipinto del 1697 di Francesco Solimena rappresentante la Crocifissione. La piccola Chiesa di Santa Maria, edificata nel 1582, è stata restaurata ed ampliata nel 1793. All’interno sono un dipinto settecentesco di scuola del Guarino raffigurante Sant’Anna, una tela seicentesca di Giovanni Battista di Aucilla con la Madonna di Costantinopoli, un prezioso altare marmoreo del XVIII secolo e l’artistica pavimentazione in maiolica.

Chiesa di Santa Chiara
Chiesa di Santa Chiara
Chiesa di San Rocco
Chiesa di San Rocco
Chiesa di San Giuliano
Chiesa di San Giuliano

La Chiesa di Sant’Andrea, della cui esistenza si ha notizia in documenti della prima metà del XIV secolo, ha subìto modifiche strutturali nel corso del secolo XVII. La facciata mostra un portale lapideo architravato con sopra un finestrone a campana ed un timpano triangolare. A fianco c’è una torre campanaria su quattro livelli. L’interno costituisce un prezioso scrigno di opere d’arte: vi si conservano tele seicentesche di Francesco Guarino, nativo del luogo: molti i soggetti raffigurati, tra cui il Martirio di Sant’Andrea, San Giuseppe, l’Annunciazione, una Madonna del Rosario, una Madonna con Bambino ed Episodi del Vecchio Testamento. La Chiesa dei Dodici Apostoli risale nel suo impianto originario al XVI secolo e conserva all’interno alcuni dipnti seicenteschi del Guarino ed una Madonna di Costantinopoli del 1586 di Giovanni Battista Graziano. La Chiesa di Santa Maria del Soccorso venne costruita nel XVI secolo e restaurata fra XVIII e XIX secolo. All’interno possiamo ammirare pregevoli opere d’arte, tra cui un crocifisso ligneo del 1727 di Giacomo Colombo ed una tela del 1620, racchiusa in una grande e barocca cornice dorata, di Giuseppe Guarino, raffigurante la Vergine del Soccorso. La Chiesa di Sant’Agata, situata nell’omonima frazione, restaurata nel 1770, 1806 e 1940, possiede internamente un soffitto a cassettoni, un altare con balaustra marmorea, un dipinto seicentesco della santa attribuito alla scuola del Solario e ben quindici tele della metà del Seicento di Francesco Guarino, raffiguranti episodi legati al Martirio di Sant’Agata.

In prossimità della Chiesa di Santa Chiara, possiamo ammirare la Fontana dei quattro leoni, a coppa, in stile barocco, risale al 1733. Essa è composta da una vasca con una stele centrale decorata da delfini, una conchiglia lapidea da cui fuoriesce il flusso dell’acqua e quattro leoni adagiati agli angoli della vasca e scolpiti forse da scultori locali nella prima metà del XVIII secolo. Invece, il Palazzo Ducale fu costruito fra il 1555 ed il 1570 per volere di Beatrice Ferrillo, moglie del duca Ferdinando Orsini, e rifatto dopo il terremoto del 1688. La facciata, con alto portale lapideo archivoltato, presenta una serie di finestroni modulari disposti su due livelli, un lungo cornicione marcapiano ed un artistico balcone centrale. All’interno possono ancora vedersi gli ampi saloni, mentre in altri ambienti dell’edificio si conservano dipinti parietali settecenteschi. Tra gli altri edifici signorili ricordo Palazzo Zurlo, Palazzo Giliberti, Palazzo Papa e Palazzo Garzilli. Poi del Castello medievale di epoca normanna non restano più tracce. I ruderi che si vedono attualmente sul colle addossato al contrafforte del monte Pergola si riferiscono al castello riedificato in epoca aragonese. Si notano ancora due torri angolari a pianta quadrata con piccoli ambienti interni e pareti esterne verticali in cui si aprono finestre ad arco, tratti della  cinta muraria, che nei pressi delle torri presenta feritoie. Infine troviamo anche una Villa Romana di età tardo-repubblicana, rinvenuta anni fa in località Tofolo di Sant’Agata Irpina, di cui si conservano vari ambienti. Individuati anche gli ambienti dove avveniva la lavorazione del vino con il torchio. Presenti anche intonaci, colonne in laterizio stuccate, resti di cisterne e macine in pietra lavica.

Fontana dei quattro leoni
Fontana dei quattro leoni

Solofra è una città ricca di eventi che scandiscono il trascorrere dell’intero anno solare. A gennaio abbiamo a carcara e Sant’Antuono; a febbraio la festa di Sant’Agata, nell’omonima frazione e il Carnevale con la zeza e zinzarelle; a marzo/aprile la Settimana Santa con la Via Crucis a Sant’Andrea, la Via Crucis per le vie del paese con rappresentazione e il Corpus Domini con l’infiorata e la processione; a giugno il Giugno Solofrano e  la Festa di San Michele; a Luglio il Cortinart, un festival di artisti di strada; a luglio Playground Zone, una manifestazione di sport, cultura e spettacolo e la festa di Sant’Antonio; ad agosto la Festa della Madonna dell’Assunta, sul santuario della Castelluccia, accompagnato dalla celebrazione della messa e da canti popolari; per finire, a novembre la Festa di Sant’Andrea.

I piatti tipici della cucina solofrana sono gli gnocchi di farina e acqua, il baccalà arraganato, la zuppa di soffritto, il Mallone, la Pezzentella, il Capusciello, poi Sciurille ‘e cucuzzielli, i Friarielli, le lasagne imbottite, la pasta fritta, la pizza figliata, riso e cotenne, i Spullecarielli, la sfogliata rustica. Numerosi personaggi famosi sono originari di Solofra o in qualche modo legati a questo paese. Ricordiamo tra i tanti Gregorio Ronca, scienziato della marina italiana (Solofra, 1859 – Napoli, 1911); Felice De Stefano, marinaio, ingegnere navale, dirigibilista (Solofra, 1889 – Roma, 1925); Onofrio Giliberto, drammaturgo e scienziato (1616-1664); Papa Benedetto XIII, all’anagrafe Pietro Francesco Orsini, crebbe nel Palazzo ducale dove risiedeva la famiglia e divenne feudatario di Solofra; infine, il mio caro amico e grandissimo cantautore, paroliere, compositore nonché avvocato italiano Gerardo Carmine Gargiulo, al quale dedicherò prossimamente un apposito numero de l’Irpinauta.

Qui di seguito trovate il video di una delle più famose canzoni di Gerardo Carmine Gargiulo, L’Espresso delle 21, che è stato girato in parte nella stazione ferroviaria di Solofra.

Lasciando la patria della concia, vi saluto rinnovandovi l’appuntamento con l’Irpinauta di Salvatore Nargi per il prossimo giovedì!

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA: L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI