Storia della Città di Avellino

Oggi continua la nostra visita al Capoluogo d’Irpinia, Avellino, dove siamo giunti la scorsa settimana e dove rimarremo per alcuni numeri de l’Irpinauta per parlare delle ricchezze artistiche e culturali di questa nostra meravigliosa città. Oggi ci soffermiamo sulla storia di Avellino anche se non in modo esaustivo e completo.

L’individuazione di una data certa relativa alla fondazione di Avellino non è possibile, data la mancanza di antichi documenti che forniscano notizie in proposito. Nel sito detto Civita, alle spalle del Cimitero di Atripalda, si trovano i resti di Abellinum, dove vivevano gli Abellinati, Hirpini che combatterono i Romani durante le Guerre Sannitiche e dopo tanti anni di lotta, alla fine della Seconda Guerra Sannitica (290 A.C.), furono costretti a scendere a patti con gli invasori. Anzi, guardando le stratificazioni delle mura di Abellinum, si nota addirittura un livello preesistente alle fortificazioni hirpine. Approfittando della vittoria di Annibale avvenuta a Canne (216 A.C.), gli Hirpini insorsero nuovamente, ma vennero ancora sopraffatti sette anni dopo. Altra, ed ultima, insurrezione, si ebbe durante la Guerra sociale, quando gli Abellinati sostennero Mario, perdente, contro Silla, vincente. Per questo, le milizie di Silla distrussero Abellinum hirpina e crearono nell’82 A.C. la colonia Veneria Abellinatium, sulla riva sinistra del fiume Sabato, che andò in premio ai veterani (Veneria deriva da un Santuario dedicato a Venere che ivi si trovava). Abellinum romana, a cui corrisponde il livello più alto delle fortificazioni di Abellinum, venne inclusa dall’Imperatore Ottaviano Augusto nella “Regio II”, l’Apulia, a causa dei traffici che si effettuavano lungo la Via Appia. Successivamente, venne utilizzata la denominazione di Livia Augusta per onorare la moglie di Ottaviano, Livia Drusilla, a cui spettavano la maggior parte dei territori che andavano da Abellinum ad Aeclanum. Infine, si parlò di Alexandriana, per l’arrivo di nuovi veterani dall’Asia Minore (222-235), disposta dall’Imperatore Alessandro Severo.

Al III-IV secolo risale l’inizio della penetrazione del Cristianesimo ad Abellinum e nel territorio di sua competenza, fungendo la catacomba sottostante la Basilica della SS. Annunziata di Prata di Principato Ultra, sin da epoca pre-costantiniana, da luogo di riunione dei primi Cristiani. Solo quando tali Cristiani raggiunsero una consistenza numerica rilevante, cominciarono ad infastidire la classe dirigente, rimasta nella generalità ancora pagana. Iniziarono le persecuzioni, forse sotto l’Imperatore Diocleziano (304-312), che causarono molti Martiri alla “Ecclesia Abellinensis”, la Comunità Cristiana di Abellinum. Nel 313, poco prima dell’Editto di Costantino che poneva fine alle persecuzioni, vennero martirizzati anche S. Modestino e i suoi compagni S. Fiorentino e S. Flaviano. La fine delle persecuzioni nei confronti dei Cristiani non comportò immediatamente la conversione di tutti gli Abellinates alla nuova religione, visto che soprattutto i ceti più elevati continuarono a seguire la religione pagana. Gradualmente, però, il Cristianesimo prese il sopravvento ad Abellinum, per diffondersi poi verso i minuscoli aggregati del suo distretto amministrativo.

Agli Ostrogoti subentrano i Bizantini, impadronitisi di tutta l’Italia peninsulare nel 539, ma probabilmente già padroni di Abellinum nel 536, al tempo della prima spedizione di Belisario. La Guerra bizantino-gotica fu molto aspra e lo storico Procopius, uno storico bizantino che narrò la guerra contro i Goti nel suo “Bellum gothicum”, scrisse che il Re goto Totila, per impedirne l’uso da parte dei Bizantini, lasciò nella penisola due sole città fortificate, Napoli e Cuma, con pochi castelli senza importanza. Ne segue che a seguito delle devastazioni dei Goti di Totila e dell’abbattimento delle mura e delle torri di Abellinum, nel 542, si verificò sicuramente una prima fuga di Abellinates. Parliamo di fuga e non di abbandono totale di Abellimum. Nel 552, i Bizantini di Narsete uccisero prima Totila e poi il suo successore Teia, mentre l’anno successivo, nel 553, ebbero definitivamente la meglio sulle ultime sacche di resistenza ostrogote, che si erano asserragliate nel Castello di Compsa. Al periodo della seconda dominazione bizantina, che terminò nel 570, risalgono le ultime epigrafi di Abellinum, che riportano le date consolari del 553 e del 558.

Scavi di Abellinum

La vacanza nella successione dei Vescovi di Abellinum unita alla mancanza di documenti e monumenti relativi ai secoli successivi, fa solitamente dedurre la fine di Abellinum che sarebbe stata decretata dalla successiva invasione, operata dai Longobardi del Ducato di Benevento nel 571. I feroci Longobardi, giunti nelle nostre terre tra il 570 ed il 571, un primo tempo ostili al Cristianesimo, verso la metà del VII secolo, colpiti dall’aiuto ricevuto dalla popolazione cristiana durante gli attacchi bizantini, videro sotto una “nuova luce” i Cristiani, che cominciarono a tollerare, addirittura convertendosi e cominciando ad edificare luoghi di culto, molti dei quali dedicati all’Arcangelo Michele, che somigliava molto ad uno dei loro Dei guerrieri.

La catena delle famiglie feudatarie di Avellino, nel frattempo, vide i dell’Aquila, i Montfort, e sotto gli Angioni, i Del Balzo, che tennero il feudo fino al 1381. Poco prima, nel 1374 il Castello e la città erano stati sottoposti a saccheggio. Venne poi la volta dei Filangieri. Caterina Filangieri portò il feudo in dote a Gianni Caracciolo, favorito di Giovanna II. Nel 1436, il Re Alfonso I d’Aragona, mosse le sue truppe da Nola verso Avellino nel tentativo di spaventare e far passare dalla sua parte il Conte Trojano Caracciolo, il quale, però, essendo fedele a Renato d’Angiò, si oppose alle truppe aragonesi, precludendone il passaggio. Perciò, il Re Alfonso I assediò Avellino, tentando ripetutamente di entrare in città, ma senza successo, tanto che fu costretto a dirigersi verso Capriglia. Tuttavia, quattro anni dopo, nel 1440, il Re aragonese riuscì ad avere la meglio della resistenza della città, che venne saccheggiata: tanti edifici, come il Castello, chiese, conventi e case, vennero dati alle fiamme e centinaia di avellinesi vennero massacrati. Gli Aragonesi fecero abbattere persino le costruzioni site a Bellizzi, luogo di vacanze dei Signori di Avellino. Trojano Caracciolo, a questo punto, fu costretto ad invocare clemenza e passando dalla parte del Re aragonese, riebbe Avellino, assumendo l’impegno di sostenerlo contro Renato d’Angiò. Dopo tante devastazioni e sofferenze, nei secoli XVI e XVII, con l’annessione del Regno di Napoli al Regno di Spagna, Avellino potette godere di un lungo periodo di pace, che ne favorì la ripresa.

Castello di Avellino

Camillo Caracciolo, verso il 1615, fece trasformare il Castello in palazzo, convertendo il terreno attiguo in giardino, a cui si accedeva attraverso il Casino del Principe. Poi, il Castello e la città vissero sotto Marino II, dal 1617 al 1630, un periodo “magico”. Si ebbe anche lo spostamento del baricentro cittadino a seguito dell’abbandono del Castello e del trasferimento della residenza signorile al Palazzo Caracciolo. Ma tanti altri fenomeni accompagnarono il Principato dei Caracciolo: l’espansione urbana, la crescita demografica, economica e culturale, un notevole miglioramento estetico, soprattutto verso la metà del XVII secolo. Infatti, il Principe Francesco Marino Caracciolo, quando Avellino contava tra 3000 e 4000 abitanti, fece costruire la Chiesa di S. Carlo Borromeo (divenuta poi nel 1817, Teatro comunale), terminare la Chiesa col Monastero del Carmine, e fece alzare nuove e più ampie mura, con due porte monumentali: Porta Napoli e Porta Puglia.

La pestilenza del 1656 fu terribile e si diffuse nonostante l’adozione di provvedimenti cautelari, come quello di impedire l’ingresso ad Avellino dei forestieri e quello di tenere la Dogana fuori dell’abitato. Gli Avellinesi non tennero nel dovuto conto le raccomandazioni loro impartite, e così il morbo si diffuse. Ben presto, a causa dei decessi, tra cui quello del Vescovo, morto il 7 luglio, cominciarono a scarseggiare medici e becchini, per cui i morti rimanevano insepolti. Avellino venne ridotta in condizioni miserevoli a causa della sospensione dei traffici ed i residui cittadini, ridotti da 10.000 a 2.500, cioè un quinto del totale originario, oppressi da continue gabelle. Tale evento, oltre che ad affossare economicamente e demograficamente Avellino, segnò sostanzialmente la fine del Castello, che rimase in stato di abbandono. Sopraggiunsero il terremoto del 1688 e quello tremendo del 1732. Nel 1805 si registrò un altro terremoto disastroso.

Abellinum avrebbe dato i natali a Caio Ponzio Erennio, Capitano delle truppe della Lega Sannitica che inflissero ai Romani la sconfitta delle Forche Caudine, come pure ai Santi Sabino, Ippolisto ed Alessandro, terzo Vescovo di Abellinum, come pure molti altri Vescovi ed Arcivescovi. Altri personaggi illustri da segnalare sono tre Generali della famiglia D’Arminio, lo storico Scipione Bellabona, autore dei Ragguagli della città di Avellino, un libro fondamentale per conoscere la storia del Capoluogo, Serafino Pionati autore delle Ricerche sulla storia di Avellino (1829), parecchi membri illustri delle famiglie Zigarelli e De Conciliis, fra i quali Pasquale De Conciliis, Professore a 25 anni nell’Università di Napoli, e Lorenzo De Conciliis, generale e capo dell’insurrezione del 1820, Luigi Amabile, Filosofo, storico e chirurgo “di molta fama”, Antonio Galasso, autore di opere di filosofia e pedagogia, Tito Bozzoli, Poeta, Nicolò Montuori, autore di scritti agrari ed economici, Enrico Cocchia, Professore di letteratura italiana nell’Università di Napoli, autore di molte opere.

Terminiamo qui il nostro excursus sulla storia di Avellino per ritrovarci giovedì prossimo in giro per la città a visitare virtualmente chissà quali monumenti. Appuntamento alla prossima settimana sempre ad Avellino!

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA:
L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI