Tecce (Il Fatto Quotidiano): “Non sarà una traversa a fermarci”

E poi stai a casa un venerdì sera, guardi distratto il Bologna in quel di Pescara. Non per interesse, non per passione, non per curiosità. Per un ricordo, forse. Ricordo la notte prima di Pescara, giugno 1995. Non ho dormito per paura di non svegliarmi. C’era il Gualdo, la chimera Serie B, un polacco in panchina. E dentro la testa di un bambino, la paura del tempo sospeso, di un’attesa troppo carica di sentimenti. Quelli che non puoi definire, eppure li avverti. Possenti. Per me il tifo, sincero e pulito, è qualcosa di non definito. Perché ogni definizione lo rende banale. E soltanto chi non è mai entrato in uno stadio o non ha letto Soriano o Galeano, può mentire e spergiurare: il calcio è un gioco.

E poi stai a casa un venerdì sera, guardi distratto in quel di Pescara, pensi ancora a quei centimetri, a quel soffio di un vento carogna oppure al tocco beffardo del portiere. A una traversa che respinge il pallone, che con i miei occhi o con un organo più ribelle, giuro e non spergiuro, ho visto dentro la porta. In quell’attimo di pura fantasia, ho assaporato la gioia di una provincia, di una città, di una gente umile, disgraziata, a volte sfortunata, ma coraggiosa e orgogliosa. Perché la squadra in verde e bianco, la formazione di Bologna e di La Spezia, portava quella gente con sé. Altrimenti se il calcio fosse un semplice gioco, giuro e non spergiuro, martedì 2 giugno l’Avellino sarebbe crollato al primo pareggio, più tardi al secondo. Sarà stupido o infantile, ma sono convinto che sia così.

C’è un unico rimedio contro la sorte balorda o i nemici più subdoli: vivere. La miglior vendetta è la vita. Riprovare, ricominciare. E se questa città e questa provincia vogliono riprovare, ricominciare, non devono mai smettere di credere. E devono trasmettere questo spirito, sano, ai calciatori. Poi il nome non conta, il piede non conta tanto, conta la testa e conta il cuore. Non ci hanno piegato Casillo, Pugliese, un fallimento, non ci piegherà una traversa. Sempre vicino a chi indossa quella maglia verde. È anche per stare più vicino a noi stessi.

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