Trevico: tetto d’Irpinia e sentinella sulla Daunia

Trevico è il paese più alto d’Irpinia e per tale motivo viene definito “il tetto d’Irpinia“; poi per la sua posizione geografica è anche conosciuto come “sentinella della Daunia”. La Daunia è una sub-regione geografico-culturale della Puglia nord-occidentale, in provincia di Foggia, confinante anche con una porzione d’Irpina.

Trevico fu sede vescovile dal XII (o forse dal X secolo) fino al 1818. Il paese ospitava il vescovo solo nel periodo estivo, mentre nel periodo invernale, data la rigidità del clima, il prelato si spostava a Castel Baronia. Le origini del paese risalgono all’età longobarda anche se è citato da Orazio nella notissima satira che narra il suo viaggio da Roma a Brindisi in compagnia di Mecenate, avvenuto nel 37 a.C. Durante tale viaggio, il poeta avrebbe sostato in una modestissima e fumosa locanda nell’agro di Trevico, località Taverna delle Noci (Vallesaccarda). Nel Medioevo, Trevico fu centro e roccaforte della Baronia di Vicum, comprendente gli attuali comuni di Flumeri, S. Sossio, S. Nicola, Castello, Carife, Vallata, Vallesaccarda, Scampitella e Zungoli. A questi si aggiunsero anche Villanova del Battista, Anzano, Montaguto, Accadia, S. Agata di Puglia e Ascoli Satriano, che avevano lo scopo di impedire al nemico di giungere a Trevico. Nella prima metà del Cinquecento la Baronia di Vico perse la sua unità dando origine allo Stato di Trevico, con S. Sossio e Zungoli, a quello di Flumeri, con Castello, S. Nicola e Acquara, ed ai feudi autonomi di Carife e Vallata. L’ultimo comune che ha conquistato l’autonomia è stato Vallesaccarda nel 1958.

Il nome del paese deriva probabilmente dal latino “Tres Vici“, che indicava l’insieme di tre villaggi: frazione S. Giuseppe e Taverna delle Noci in Vallesaccarda, e S. Pietro di Olivola verso la Puglia. Alcuni fanno derivare il nome dalla Dea Trivia che una volta aveva un tempio su questo monte. La città riacquista il nome di Trivicum nella metà del cinquecento su iniziativa del marchese Ferdinando Loffredo. Tale famiglia rimase feudataria di Trevico per circa tre secoli. Come detto, Trevico fu sede vescovile per circa un millennio (da qui anche il motivo dell’appellativo di Città), fino al 1818, anno in cui, dopo il passaggio al Regno delle Due Sicilie, fu unita alla Diocesi di Lacedonia. Il primo vescovo fu Benedetto nel 964. L’ultimo fu Agostino Gregorio Golini di Giuliano eletto nel 1792. Nel 1422 fu vescovo Nicolò Saraceno Carbonelli che era originario di Trevico.

Porta Alba
Porta Alba

In paese possiamo ammirare la villa archeologica, un grande spazio dove si può passeggiare, ristorarsi sotto gli alberi ed osservare antiche pietre scalpellate di diverse epoche.  Quest’area tempo fa era una discarica, poi è stata bonificata ed oggi si offre magnificamente a paesani e forestieri. La villa archeologica si trova sul lato Nord-Ovest della montagna, ai cui piedi si stende tutta la Baronìa con la coda occidentale della valle dell’Ufita; il paesaggio declina dai colli di Frigento e di Flumeri verso i paesi più a valle: San Sossio Baronia, San Nicola, Castel Baronia, con in fondo Villanova del Battista ed ultimo, con i due colli identici, di un verde impressionante, Zungoli. Osservando il panorama ci si sente come un falco dallo sguardo acuto e come un’aquila che stende le ali e plana sui colli ondulati e punteggiati da casette bianche. Facendo il giro della circonvallazione ci si ritrova al punto panoramico in località Sant’Antuono: qui, un interessante progetto ha trasformato una vecchia costruzione in una scuola di enogastronomia per il recupero della tradizione culinaria della Valle dell’Ufita. La riscoperta della cucina tipica può essere l’elemento trainante dell’economia di questi luoghi da secoli abituati a disagi e privazioni: interventi che non aggrediscono il territorio ma che lo valorizzano e soprattutto lo conservano integro con tutta la sua flora e la sua ricchissima fauna.

la villa archeologica
Villa Archeologica

Trevico nacque come roccaforte militare e non come corte gentilizia pertanto non ci troviamo di fronte ad un caso di incastellamento ma ad una fortezza di avvistamento. La posizione era di assoluto privilegio perché dalla vetta è possibile tener sotto controllo tutto il territorio circostante. L’agglomerato si sviluppò lungo un asse disposto sulla retta Est-Ovest e sul lato occidentale fu eretto un castello medievale costituito da cortine murarie difensive in cui si aprono sei finestroni ed una torre cilindrica su una base di epoca aragonese. Purtroppo di questo edificio resta solo la cinta muraria. Nella sua corte, negli anni passati, fu costruita la stazione meteorologica. In questo castello, qualche secolo fa, si pensava ci fosse un tesoro e tutti i Trevicani avrebbero voluto appropriarsene, ma erano tante e tali le cose che si dicevano del custode che nessuno trovava il coraggio di tentare l’impresa. Due vichi incrociano, come braccia aperte, l’asse centrale del paese, e sono  il Vico Orazio e il Vico Scola con la casa natia del famoso regista e sceneggiatore cinematografico italiano Ettore Scola, donata al comune per scopi culturali. Infatti Ettore Scola è nato proprio qui a Trevico il 10 maggio 1931. E’ un’importante icona del cinema italiano ed è noto soprattutto per aver diretto capolavori come “C’eravamo tanto amati” (1974), “Una giornata particolare” (1977) e “La famiglia” (1987). All’ingresso di via Roma, asse viario centrale dell’agglomerato medievale, è ancora esistente Porta Jacovella o Porta Alba, costituita da un arco a tutto sesto composto da doppi conci affiancati di pietra squadrata, sorretto da due pilastri in pietra lavica e sormontato da una loggetta nella quale era probabilmente collocata una statuetta della Dea Trivia, divinità protettrice del paese. La cinta muraria ha tre porte; le altre due, oltre a Porta Alba, sono Porta del Ricetto e Porta dei Calderai.

Casa Scola
Casa Scola

Famose sono le campane che possono essere udite dai paesi circostanti, infatti a Trevico si dice: “””Se soscia lu scirocco se sientn’ fin’a Rocca. Se tir’ lu vient’ se sientn’ fin’a B’neviento. Se soscia la tramontan’ se sientn’fin’a lu sal’rnetan””””. In paese possiamo ammirare anche la cripta, ora priva di ogni decorazione, ma che aveva le volte affrescate. Quel che rimane dei magnifici dipinti, è custodito nella cattedrale di Santa Maria Assunta, montato su appositi pannelli. Probabilmente v’era raffigurata una scena della vita di Sant’Euplio perché su uno dei pannelli c’è una mano che la tradizione attribuisce al Santo, patrono di Trevico oltre che di Catania. La cripta, attualmente, ospita un piccolo museo con due statue della Madonna della Libera, una dal rigoroso manto pieghettato e l’altra dal panneggio più elaborato ma in peggiori condizioni. La Madonna della Libera è raffigurata con il mantello aperto e sotto la popolazione di Trevico e di Bisaccia. La leggenda vuole che la statua non dovesse esser mossa dalla sua posizione volta verso Bisaccia; difatti, si racconta che, ogni volta che la statua veniva rimossa e portata in processione si verificavano delle disgrazie. Una volta fu messa nella nicchia di Sant’Euplio, il giorno seguente si trovò rivolta verso Bisaccia. Fu allora scolpita la seconda statua che poteva esser rimossa senza alcun rischio.

Cattedrale di Santa Maria Assunta
Cattedrale di Santa Maria Assunta

La piccola piazza antistante la cattedrale, ogni anno vede riuniti studiosi di tutta Italia invitati dal Centro Studi Eupliani. Il centro ha avviato una serie di studi che hanno portato all’identificazione delle poche reliquie con la figura del Santo Catanese.  Il parroco del paese, dopo aver fatto accurate ricerche storiche sul santo, intrattenendo rapporti con la città siciliana, ha voluto la ricognizione scientifica delle ossa. L’Università di Pisa ha esaminato le ossa conservate nell’urna della cattedrale. Nella relazione scientifica redatta viene affermato, con una garanzia del novanta per cento, che quel pezzo di femore, quella scapola, quel fondo di occipitale, l’astragalo, un pezzo di bacino, la rotula, pezzi di ulna e radio, di tibia e perone, appartengono ad un giovane picchiato selvaggiamente con esiti di numerose fratture. La testa del femore conferma, a causa della sua immaturità, un’età di circa venticinque anni. L’analisi della tibia ha rivelato di appartenere ad un individuo abituato ad una posizione inginocchiata perché segnata da faccette formatesi dalla pressione dell’astragalo in una posizione anormale; le stesse faccette compaiono sulle tibie di Sant’Antonio e delle popolazioni contadine avvezze a lavori in ginocchio. La calcificazione delle fratture stabilisce i mesi di vita spesi in prigione dopo la flagellazione. Infine, dalle ossa si è potuto stabilire che si trattava di un abitante delle zone costiere perché la sua alimentazione era soprattutto a base di pesce. La devozione al Santo Martire è fortissima in tutta la Baronìa, infatti molti portano il suo nome e molte grazie esaudisce e c’è ancora qualche vecchietta che ricorda il canto in suo onore.

Dandovi appuntamento a giovedì prossimo, vi saluto invitandovi alla visione del seguente video dal titolo “Desiderio d’infinito: viaggio a Trevico”.

UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA TERRA: L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI