Tufo, il cuore pulsante della Terra del Greco

Dopo aver visitato Montefusco, ci ritroviamo nuovamente oggi con l’Irpinauta nella Valle del Sabato per parlare di Tufo, comune che circoscrive la zona di produzione di un famosissimo vino d’Irpinia, il Greco di Tufo e che conta meno di 1.000 abitanti.

stemma-di-tufoCorreva l’anno 888 quando il principe beneventano longobardo, Aione II, decide di costruire una torre a difesa del castello di Tufo. Aione II, considerando Tufo utile come baluardo per la difesa della capitale del principato longobardo, lo aggrega alla circoscrizione di Benevento. Abbiamo, in questo modo, una duplice notizia: la nascita di quel che, nel 1821, diventerà comune di Torrioni, l’altro comune storicamente legato al Greco di Tufo (turris Ayonis = torre di Aione), e quella della preesistenza di Tufo a quella data. Tufo era dunque un passaggio nella valle del Sabato, era ed è a metà strada tra Avellino e Benevento, un castello, un fortilizio strategicamente importante a difesa dell’una o dell’altra città, secondo i padroni del momento. Le testimonianze più evidenti del passato longobardo sono due: la grotta di San Michele e la devozione del paese a San Michele ancor oggi. Chi si trovasse a Tufo l’8 maggio ci resti fino a sera, vedrà una rappresentazione popolare sulla cacciata degli angeli ribelli da parte dell’arcangelo. Tutti conoscono tutte le parole della recita e ogni passaggio è applaudito bene o male interpretato non importa, e se gli attori dimenticano le parole, la folla è pronta a recitarle. Abbiamo lasciato Tufo come un baluardo militare sulla strada romana Antiqua Major e li lo ritroviamo con l’arrivo dei Normanni. I Normanni, ovvero gli uomini del nord, sono i vichinghi che s’erano insediati nel nord della Francia, dopo secoli di scorrerie, alla confluenza della Loira con l’Atlantico. Non mancavano di spirito guerresco e d’avventura, da buoni vichinghi, sia pure resi più integrati al mondo europeo meridionale dal vivere nel feudo francese a loro concesso da un re di Francia, Carlo il Grosso, stremato dai loro continui attacchi. Il duca di Normandia conquista l’Inghilterra e sconfigge nel 1066 ad Hasting il re sassone. Da quel momento nasce l’Inghilterra. Quasi negli stessi anni, altri normanni conquistano in poco tempo quello che sarà per novecento anni circa il Regno delle due Sicilie. Tufo dal secolo XI è in mani normanne. Si narra che la famiglia nobile che prende il nome dal paese (de Tufo, de lo Tufo, del Tufo) deriverebbe da Ercole Monoboi un compagno d’arme di Roberto d’Hauteville, detto Roberto il Guiscardo. Ma il primo nome di feudatario di Tufo che incontriamo è quello di Raone del Tufo, lui ha il feudo negli anni in cui il fratello di Roberto d’Altavilla, Tancredi sbaraglia bizantini e Arabi prima in Calabria e poi in Sicilia. La politica d’espansione normanna alla fine si scontrò con gli interessi di Gregorio VII, quel papa che aveva costretto all’umiliazione di Canossa l’imperatore del Sacro Romano Impero. Alla fine però il Papa riuscì a conservare solo la città di Benevento e poco più, mentre Roberto il Guiscardo ottenne l’annessione del resto del ducato beneventano. Ma, di lì a poco, tra i capi normanni alla morte sia di Roberto che di suo fratello Tancredi, scoppia la guerra per la supremazia e da questa lotta nasce il Regno. Tufo ne è coinvolto.

Tufo, coi Longobardi, era nella sfera d’influenza di Benevento. Diventata questa città papale, ed essendo Avellino ancora città longobarda fino al 1112, Tufo e i suoi feudatari normanni giuravano fedeltà al conte normanno di Ariano. Raone del Tufo quindi è nella lotta al fianco del suo duca contro il duca Guglielmo II il quale è sostenuto dal conte di Alife e anche dal connestabile di Montefusco, Landolfo de la Greca. Il Conte di Alife subito si mosse ad assediare Tufo. Ma fu respinto da una difesa saldissima. Poco dopo attacca il castello anche il connestabile di Montefusco, forte dell’espugnazione dei castelli di Montemiletto e Montaperto. Ma le macchine d’assedio e gli sforzi di vincere la resistenza furono inutili. Talmente inutili che il Connestabile passò ad atti di terrore, quali la devastazione dei campi e la distruzione delle vigne. Altre battaglie si svolgono fino all’avvento di Ruggiero II il primo re del mezzogiorno, almeno un altro assedio stringe il paese, Tufo rimane gloriosamente inespugnato. Durante tutti questi eventi San Guglielmo da Vercelli, longobardo del nord Italia, fonda la sua congregazione religiosa a Montevergine. Nel 1139, ancor vivo San Guglielmo, un tufese, tale Costantino figlio di Ruggiero, dona al Santuario una casetta e un campo di viti. Che tipo di viti? Il famoso Greco di Tufo? O più probabilmente l’onnipresente aglianico? O forse il fiano di Avellino della limitrofa reale della omonima DOCG? Non lo sappiamo. Sappiamo che la famiglia di Marzo vanta il trapianto del vitigno del greco a cura di Scipione Di Marzo che, in fuga dalla peste del 1648, scampa in Tufo da San Paolo Belsito, sulle pendici del Vesuvio.

Il toponimo deriva dalla roccia vulcanica del Tufo, presente diffusamente nel sottosuolo di tutta l’area del paese e grazie alla quale si sono avuti i primi insediamenti nella zona. Il comune si sviluppò intorno all’area del castello, che sorgeva in cima ad una roccia vulcanica. La sua posizione strategica fece sì che il comune assunse notevole importanza perché era possibile controllare il territorio sottostante dal Terminio al Sannio. Il territorio fu munito di robuste fortificazioni e nel 1266 ospitò una battaglia tra Svevi e Angioini. Fino al XV secolo il comune rimase sotto l’influenza sannita, tornando sotto la giurisdizione avellinese solo con la regina Giovanna II di Napoli. Tufo rimase coinvolto nelle vicende che interessarono l’intera Italia meridionale intorno al 1400, quando passò in mano agli Aragonesi, per essere poi ceduto al conte Piatti di Venezia nel XVIII. Nel 1866 Francesco Di Marzo scoprì l’esistenza di miniere di zolfo sul territorio comunale. La lavorazione dello zolfo caratterizzò l’economia tufese fino agli anni 60 quando si ebbe la crisi del settore. Nel 1972 le cave furono chiuse e negli anni 90 lo stabilimento cessò definitivamente l’attività.

cantine-di-marzoA valle del comune di Tufo scorre il fiume Sabato, affluente sinistro del Calore, alimentato anche dai numerosi torrenti e corsi d’acqua presenti nel territorio tufese. L’economia è basata principalmente sulla produzione del Greco di Tufo, rinomato vino bianco conosciuto in tutto il mondo che deve la peculiarità del suo gusto proprio ai terreni ricchi di zolfo di Tufo.

Tra i monumenti da visitare nel territorio vi sono: il castello medievale; Palazzo ottocentesco Di Marzo, con le omonime cantine; Mulino Giardino, nei pressi delle antiche miniere di zolfo; Grotta di San Michele Arcangelo; Chiesa madre Santa Maria Assunta, con annesso oratorio; Chiesetta di Sant’Antonio, situata nella frazione San Paolo; Casale Aufieri, situato nella frazione San Paolo. Il castello di Tufo, noto come castello longobardo, anche se con molta probabilità furono i Normanni a dargli una più stabile conformazione, è ubicato nella parte più elevata del paese, sopra la cima della collina su cui sorge il borgo antico, che è letteralmente è arroccato attorno al castello. Nel corso del tempo il castello ha subito varie trasformazioni, mutando destinazione d’uso nel XVII secolo, quando divenne palazzo-residenza. Fanno da contorno al Castello le mura, la torre cilindrica ed il portale interno Rinascimentale. Il palazzo di Marzo è senza dubbio l’edificio gentilizio più imponente di Tufo e svetta sulla valle sottostante. Risalente al XIX secolo, è situato all’ingresso del centro antico, a cui consente di accedere più agevolmente salendo una scalinata in pietra, sulla sommità della collina tufacea a circa 250 metri di altitudine. E’ arricchito da tipiche cantine ottocentesche, che è possibile visitare di solito durante il periodo delle Cantine aperte, nel mese di giugno. Caratteristiche sono le vaste finestre da cui si gode un ampio panorama sulla valle sottostante. La facciata è corredata da un’alta torre cilindrica, mentre assai caratteristico è l’arco attraverso il quale si accede alla parte antica del paese. Il Mulino Giardino delle miniere di zolfo, che raggiungono nel sottosuolo la profondità di oltre 300 metri, è sede di un complesso di archeologia industriale. Le miniere si trovano nei pressi della stazione ferroviaria di Tufo. Nel 1866, Francesco Di Marzo, appartenente ad una famiglia Avellinese proprietaria di diversi terreni nell’area, scoprì a Tufo un interessante giacimento di zolfo. A quel tempo, l’estrazione del minerale era quasi esclusivo appannaggio della Sicilia. In breve volgere di tempo, la produzione di Tufo si affermò, in quanto l’estrazione era meno costosa, il Di Marzo diede un’impostazione imprenditoriale alla gestione della risorsa e il materiale estratto era qualitativamente superiore, grazie al suo elevato tenore di zolfo, che ne consentiva un proficuo utilizzo in agricoltura. La struttura era ubicata al confine tra i Comuni di Tufo ed Altavilla Irpina. Il minerale veniva estratto a più livelli di profondità ed era a matrice calcareo-argillosa e si vendeva in gran o parte allo stato naturale per la solforazione delle viti. Il trasporto interno veniva eseguito a spalla fino alla galleria principale, poi con vagoni spinti a mano. Si ricorreva anche all’ausilio di animali da soma. A tal punto raggiungeva il Mulino di lavorazione. Qui avveniva anche l’insaccamento, la conservazione ed il carico su mezzi di trasporto esterni. La Grotta di San Michele è profonda più di 50 metri. Nelle pareti in pietra sono visibili i solchi prodotti dallo scorrere dell’acqua. Nella parte posteriore della grotta c’è ne è un’altra più piccola, da cui sorgeva l’acqua. Gli abitanti di queste terre, accorrevano presso questa grotta per chiedere l’intercessione dell’Arcangelo Michele nei momenti di difficoltà. Il sito aveva per i fedeli un che di magico, di salvifico: ammalati in punto di morte erano trasportati presso la grotta ad implorare l’intervento dell’Arcangelo. La Grotta di San Michele Arcangelo è stata inserita nei percorsi sacri del Giubileo. Ogni anno, il giorno 8 di maggio, a Tufo, in occasione dei festeggiamenti per San Michele Arcangelo, santo patrono del paese, ha luogo la sacra rappresentazione dell’Opera di San Michele, che racconta in musica e versi la cacciata degli angeli ribelli dal Paradiso, operata da San Michele Arcangelo. Alla rappresentazione prendono parte gli stessi abitanti del paese che per quel giorno vestono i panni di angeli e demoni. La Chiesa madre di Santa Maria Assunta domina la piazza centrale di Tufo ed ha annesso l’Oratorio. L’imponente edificio religioso, che risale al XVII secolo, patì non pochi danni a seguito del terremoto del 1980, anche se oggi appare restaurato. Ha una bella facciata abbellita da due torri campanarie e fronteggiata da una fontana del XVIII secolo.

veduta-di-tufoFiore all’occhiello di questo paese è naturalmente il Greco di Tufo. Non vi è ristorante di buon livello ove non si serva il Greco di Tufo, un vino bianco eccellente, tra i più noti ed apprezzati a livello internazionale. Questo nonostante il fatto che il vitigno sia giunto in loco assai tardivamente. Infatti, proveniente dalla Tessaglia (Grecia), arrivò in Italia in epoca romana, e venne coltivato a lungo ai piedi del Vesuvio. Solo verso la metà del XVII secolo il vitigno giunse a Tufo, ove si accostò perfettamente alle condizioni climatiche e del terreno argilloso, ricco di silicio, calcio e di zolfo. Il vino Greco di Tufo è stato dapprima riconosciuto DOC e poi DOCG. Dalle uve, si ottiene una resa in termini di vino superiore ai 2/3, pari al 70%. Il colore del vino è giallo paglierino, il sapore asciutto, il bouquet ricco, la gradazione alcolica dell’11,50%. L’abbinamento gastronomico ideale è rappresentato dal pesce e dai piatti in cui tale componente è presente.

chiesa-assunta-tufoTufo ha dato i natali a Pasquale Aufiero, poeta e scrittore non di un giorno qualunque, ma poeta di una poesia perenne. Dalla sua terra Aufiero si è mosso giovanissimo, per assaporare esperienze più ampie e vibranti rispetto al vissuto che la dimensione del suo paese poteva offrirgli. Ecco allora i primi trasferimenti nelle più significative capitali europee dove il suo spirito si è arricchito degli aspetti più interessanti delle varie relazionalità incontrate. La poetica di Pasquale Aufiero è una finestra aperta sui raggi della sincerità, della trasparenza, del candore e del coraggio. E’ pronta la vocazione del poeta ad esaltare i valori della tradizione, al punto da elevarli come stabili riferimenti di un modello di vita che si ripropone più profondo e più ricco della intimità dei nostri silenzi. E’ diffuso nella poetica di Aufiero un richiamo alla ricchezza della sua terra, vibrante di schiettezza e semplice nella sua espressività. L’Irpinia ha in Pasquale Aufiero il suo poeta. Un poeta che onora il significato dell’essere uomo nella nobiltà della sua missione di vita. Trovate in fondo un video nel quale Maurizio Di Vito recita una poesia dello scrittore tufese, dedicata al suo paese natale.

Chiudiamo la visita a Montefusco e ci diamo appuntamento con l’Irpinauta come di consueto per giovedì prossimo. Lasciamo dunque la Valle del Sabato per ritrovarci ad Avella.

VIDEO – ALLA MIA TERRA PASQUALE AUFIERO

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