Vallata, la Pluricentenaria Processione del Venerdì Santo: religione e tradizione

Dopo aver fatto una doverosa digressione per parlare del terremoto del 1980, riprendiamo il nostro percorso in giro per la verde Irpinia. Dopo Castelvetere, ho pensato molto su come impostare il mio viaggio irpino e quali paesi “visitare” in successione, ma nonostante i numerosi spunti, non sono riuscito a trovare una “strada” che fosse giusta per tutti e che non facesse torto a nessuno.

Finché il 13 novembre scorso, il comitato organizzatore della Pluricentenaria Processione del Venerdì Santo di Vallata ha letto il mio articolo su Castelvetere sul Calore. In tale occasione il Comitato, commentando su twitter, attraverso l’account @venerdSantoV, come molto interessante l’articolo in questione, mi ha richiesto di parlare di Vallata. Ecco allora che da qui è nata l’idea su come proseguire il nostro cammino attraverso l’Irpinia: sarete voi lettori che potrete richiedermi di volta in volta di parlare del vostro paese d’origine o di una località irpina che avete visitato e vi è rimasta impressa. Quindi fatevi avanti e chiedetemi voi di parlare del vostro paese! Intanto oggi parlerò appunto di Vallata, grazie alla segnalazione del comitato organizzatore della Pluricentenaria Processione del Venerdì Santo, di cui vi invito a visitare anche la pagina facebook.

Vallata sorge alta tra le colline ed i monti che delimitano il confine tra Irpinia e Puglia, a metà strada tra il Tirreno e l’Adriatico. Il paese non è ubicato sul fondo di una valle, come potrebbe far pensare il suo nome, ma sulla dorsale di una pronunciata collina. L’altura su cui si concentra l’abitato risulta più bassa delle montagne circostanti (Santo Stefano, Serralonga e Formicoso) perciò dalla sua disposizione geografica, o meglio topografica, deriva la dizione “Vallata, montibus circumdata”. Questo Paese di chiara origine sannitica  ha rivestito, nel corso dei secoli, grande importanza strategica, militare e commerciale, anche in relazione al susseguirsi di diverse dominazioni e, quindi,  all’intreccio  con diversi popoli e differenti culture.

Panorama notturno di Vallata
Panorama notturno di Vallata

Vallata conta oggi circa 3.000 abitanti, dediti ad attività diversificate e che hanno conservato l’originario carattere fiero, audace e generoso, ed insieme, il gusto e la passione per le antiche tradizioni popolari. È il centro più popoloso della Baronìa, sub-regione storica dell’Irpinia.

La manifestazione che si svolge, ogni anno, da tempo lontanissimo, nella giornata del Venerdì Santo, costituisce, indubbiamente, l’evento più significativo, dal punto di vista socio-religioso e culturale, per l’intera cittadinanza vallatese.  Questa singolare Processione viene proposta, come la rievocazione della Passione di Cristo, ma il suo significato sembra immediatamente trascendere l’elemento evocativo e celebrativo, per rispecchiare la stessa travagliata storia di una popolazione che ha sempre subito i soprusi e le angherie dei potenti e prepotenti di turno.

Anche all’osservatore meno attento risalta la connotazione particolare di un impianto scenico possente e maestoso, che induce silenzio e commozione, pietà e suggestione, nella folla degli spettatori che ogni anno giungono a Vallata dalle zone circostanti del Mezzogiorno. I cosiddetti “misteri” (tele raffiguranti Gesù, nei vari momenti della Passione, i personaggi, le frasi  del racconto evangelico, le insegne romane, gli stendardi, gli strumenti e gli oggetti vari)  disegnano e supportano il nucleo della Processione, che è animata ed integrata da due consistenti “squadroni”, quello dei piccoli e quello dei grandi. Prima che il corteo inizi il percorso dalla Chiesa, attraverso le vie del paese, l’orecchio percepisce, sempre più distintamente, un suono caratteristico di trombe e di tamburi: è un ritmo sonnolento e cadenzato di marcia militare, eseguito con solennità malinconica e penetrante, che innesca un’atmosfera tragica di lontane memorie, quasi a voler rievocare il dolore di Colui, che accoglie ed assomma in sé il dolore dell’intera umanità.

Chiesa di San Vito
Chiesa di San Vito

La Sacra rappresentazione apre con un richiamo alla scena festosa dell’Entrata di Gesù in Gerusalemme: ecco, bambini con rami di ulivo, Gesù sull’asinello, accompagnati da Osanna di tromba; a seguire, la scena che allude al Getsemani, dove inizia la Passione di Cristo. Sfilano ragazzi incappucciati e vestiti di camice, che avanzano con passi cadenzati, a trapezio: recano le tele con la Croce del Calvario, le discipline di ferro, lo stendardo della morte, il Pater si possibile est, il calice e la croce, la lanterna ed il denaro, il coltello e l’orecchio.

L’allegoria  è veramente mirabile, poiché l’evocazione diviene ripetizione dell’evento, attraverso questa sorta di celebrazione collettiva. Il pensiero ritorna alle memorie evangeliche del catechismo: i trenta denari pagati come prezzo del tradimento di Giuda, il ricordo della spada, con la quale Pietro staccò l’orecchio di un servo. A seguire, si dispiega la vicenda che dal Getsemani conduce al Pretorio, dove comincia il Processo al Cristo.

Le tele dei misteri  propongono, nella fascinosa grafica, l’iscrizione del gallo, la mano dello schiaffo, l’iscrizione di Caifa, i due alabardieri, la veste bianca, la sentenza. E’ qui che la riflessione di colui che partecipa alla processione comincia a connotarsi di una valenza emotiva, con elementi di profonda suggestione storica. Il pensiero va alla struttura imperiale di Roma, al rigore spietato dei suoi ordinamenti, alla brutalità cieca dei processi, all’innocenza negata, in nome della “ragione di Stato”, al disconoscimento, nel Diritto, della libertà e della dignità di ciascun essere umano ed alle palesi ingiustizie commesse nel corso della storia.

Destano impressione i gruppi di cantori, sparsi lungo la Processione e che intonano, con una melodia popolare improvvisata, i versetti sacri del Metastasio, riferiti alla Passione. Intanto la sacra Manifestazione prosegue, rievocando il racconto della condanna fatale, della flagellazione, dell’incoronazione di spine, del viaggio al Calvario, della morte sulla Croce. Sfilano, nei perfetti costumi del tempo, soldati e personaggi, recanti i più svariati materiali iconografici: dalla corona di spine ai flagelli di ferro, dall’iscrizione ecce homo all’I.N.R.I., poi Gesù con la croce sulle spalle, i chiodi, il martello e la tovaglia, la spugna e il fiele, arrivando al Cristo morto. Chiudono la Processione, infine, la banda ed il popolo.

La prima riflessione che si impone, a conclusione della sfilata, è quella che attiene ad una poderosa architettura scenica. La ricostruzione del racconto evangelico induce una verosimiglianza straordinaria, nonostante l’accelerazione dei tempi di svolgimento. I personaggi vestono rigorosi costumi dell’epoca: soldati con elmi, tuniche, mantelli, corazze, lance e calzari; le Autorità religiose e civili sono sontuosamente abbigliate; Apostoli e popolani recano i loro costumi dimessi. Si avverte una fascinazione immediata, per l’interpretazione resa dai singoli personaggi e dai gruppi, che risultano pienamente immedesimati nel ruolo, che è stato loro attribuito.

In questa Processione, così sentita e partecipata, sembra quasi ripetersi l’evento, e mentre il fatto si celebra, esso stesso diviene quasi reale. Non vi sono possibilità di comparazione di questo evento con altri che, in qualche modo, ripropongono la medesima tematica evocativa. Le celebrazioni proposte nei paesi  limitrofi rappresentano modestissime Processioni, nelle quali manca, anzitutto, il materiale scenico e, soprattutto, non vi è coinvolgimento emotivo della generalità degli abitanti. Per questo motivo la Processione del Venerdì santo di Vallata è da ritenersi unica nel suo genere.

Il Feretro del Cristo Morto e l'Addolorata
Il Feretro del Cristo Morto e l’Addolorata

Come detto Vallata è ubicata nel comprensorio dell’altipiano del Formicoso di cui, negli ultimi anni è stata sfruttata la caratteristica ventosità e nel quale si è insediato uno dei più grandi parchi eolici d’Europa: è qui che il Formicoso, da vasto granaio dell’Irpinia, si è trasformato in un caotico e disordinato parco eolico. Una selva di pale sovrastano e dominano lo sterminato paesaggio, racchiuso dentro i confini dei comuni di Vallata, Bisaccia, Andretta, Guardia Lombardi, con un insediamento che si estende in modo sconsiderato fino a Rocchetta Sant’Antonio, la porta di accesso dell’Irpinia verso la Puglia.

Il Formicoso, fin dai tempi di Federico II, è stato luogo di antiche tradizioni di caccia, ormai poco praticata sull’Altopiano a causa degli aerogeneratori che hanno deviato la rotta degli uccelli migratori e allontanato invece quelli stanziali, a causa dell’alterazione dell’ecosistema. Il Formicoso resta un territorio deturpato e sfregiato nel suo singolare paesaggio, dominato dai colori cangianti delle stagioni in una suggestiva metamorfosi che lo ammanta di un verde scintillante durante la primavera per lo spuntare del grano, di giallo in estate per le spighe dorate, di marrone in autunno per il terreno arato e, infine, di bianco in inverno per le lunghe nevicate.

Ma l’insediamento delle pale rappresenta non solo una ferita al territorio ma forse anche una mancata opportunità economica considerato la scarsa ricaduta in termini di vantaggio e di crescita che il devastante insediamento apporta all’economia del territorio. Infatti al misero ricavo dei proprietari dei terreni, su cui gravano gli aerogeneratori si aggiungono basse royalties destinate ai comuni. E proprio i primi cittadini di alcuni paesi del comprensorio, a più riprese, hanno denunciato la mancata ricaduta in termini di benefici per il territorio. Ma è tardi per pentimenti e denunce. Purtroppo, quello dell’eolico è stato il più grande e vile sfruttamento del territorio, una sfacciata e volgare colonizzazione dalle multinazionali del vento con la complicità delle classi dirigenti locali. Queste considerazioni sono racchiuse nell’interessante saggio di Antonello Caporale, “Controvento – Il tesoro che il Sud non sa di avere”, che vi invito a leggere.

Nel libro citato, l’autore parla di Antonio Colucci, della cui vita entrano un giorno, ospiti scomode e inattese, le pale eoliche. Nel suo mondo arcaico quelle pale si muovono senza un perché. Del resto è una ricchezza improvvisa e sconosciuta apparsa nel Sud dell’Italia, dove le pianure non danno da vivere. Ai sindaci il vento piace perché rappresenta una piccola pensione sociale collettiva. Pochi soldi, ma cash, ora che le casse sono vuote. E grazie a quegli industriali che fittano terreni (e coscienze) c’è una fatica in meno da fare: pensare, organizzarsi, cercare il partner, produrre in proprio. È troppo complicato, troppo impegnativo sviluppare un’economia locale fondata sull’energia sostenibile e rinnovabile. Meglio appaltare tutto in cambio di una piccola somma. Lo Stato ha semplicemente abdicato al suo dovere. Senza mai indicare, valutare, ammettere o respingere, proporre e magari mitigare l’impatto ambientale o dire no qualche volta alle pale. Lì invece sì. Senza cura per il bene di tutti, senza amore per il territorio. Lo Stato ha semplicemente chiuso gli occhi davanti al più grande scandalo di questo inizio secolo.

Parco Eolico di Vallata
Parco Eolico di Vallata

Antonello Caporale, attraverso alcune storie esemplari, in cui si alternano duri toni di denuncia e accenti lirici, ci propone una ricostruzione lontana da ogni forzatura ideologica, dove le vicende dell’eolico finiscono per rivelare la malattia endemica dell’Italia e più ancora il destino a cui è condannato il Sud: bruciare le proprie ricchezze senza nemmeno averle riconosciute.

Dobbiamo infatti riflettere sul pessimo sfruttamento dell’eolico per il territorio, sperando che questo sia da monito e da insegnamento per la discussione che si sta svolgendo in modo serrato sulla rischiosa estrazione del petrolio in Irpinia, per via di un territorio martoriato dai continui terremoti ma anche ricco di acqua e, dunque, pericolosamente esposto, con le estrazioni petrolifere, ad un possibile e irreparabile inquinamento delle sue falde. Speriamo che su questo argomento i sindaci e la classe dirigente parlamentare non si addormentino di nuovo come hanno fatto per l’eolico.

Chi volesse visitare Vallata, magari nel periodo Pasquale, per vivere da vicino la famosa Processione, può ammirare questi luoghi: il Rione Chianchione, quartiere nel centro storico, che ospita il Palazzo Novia, la settecentesca Villa Tullio, l’antica chiesa di San Vito e la suggestiva Chiesa di Santa Maria che sorge su un colle a 1020 metri sul livello del mare; la Chiesa Madre, dedicata a San Bartolomeo, che ospita un dipinto sembrerebbe attribuito al pittore italiano Giovanni Gaspare Lanfranco; la Fontana delle Festole, antica fonte in pietra, che sorge alle pendici del monte Santo Stefano ed è raggiungibile a piedi dal centro; la “Battaglia del Chianchione“, dipinto di Alfonso Cipollini (in arte “Irpino”), esposto nella sala del consiglio comunale; il Belvedere di San Rocco: piazza posta a circa 900 metri sul livello del mare, da cui si gode il panorama sul monte Santo Stefano e la valle dell’Ufita, che deve il nome all’omonimo iume Ufita, che nasce alle falde dell’altopiano del Formicoso, nel territorio comunale di Vallata, e dopo aver attraversato appunto la valle cui da il nome, diventa affluente del fiume Calore.

Il prodotto tipico del paese è il caciocavallo podolico, un formaggio di latte vaccino a  Denominazione di Origine Protetta, prodotto con il latte dei bovini di razza appunto “podolica”, animali caratterizzati da un mantello di colore grigio e prevalentemente allevati, per la produzione di carne e per il latte, utilizzato nella realizzazione di formaggi, nelle aree interne del meridione. Sulle colline dell’Ufita, intorno a Vallata, troviamo piantagioni di una varietà autoctona di olivi da cui si produce l’oliva ravece e dalla quale si estrae l’olio “Irpinia Colline dell’Ufita DOP”, che è il risultato della perfetta armonia tra ambiente, varietà, capacità imprenditoriale e tradizione della zona.

Invitandovi a guardare questo video-reportage del canale tematico per la valorizzazione del territorio – Tesori d’Irpinia, che parla della Processione del Venerdì Santo di Vallata, lasciamo questo paese, l’Altopiano del Formicoso e la Baronìa per darci appuntamento alla prossima settimana. Dove lo deciderete voi………………

L’IRPINAUTA DI SALVATORE NARGI: UN VIAGGIO NELLA NOSTRA AMATA IRPINIA