Avellino, dieci anni fa moriva Adriano Lombardi

“Ho giocato con Tardelli e Vierchowod, ma adesso non ce la faccio nemmeno a grattarmi la testa. Lo devo chiedere alle mie bambine. Ho fatto i corsi di allenatore con Lippi e Scoglio, ma ora non riesco più a girarmi nel letto. Lo devo chiedere a mia moglie. Ho giocato 500 partite di campionato, quasi tutte con la fascia da capitano, ora non posso giocare più a niente, nemmeno a vivere”.

La SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) l’aveva divorato piano piano, l’atrofizzarsi dei muscoli l’aveva ridotto alla sedia a rotelle prima e ad un letto poi. Adriano Lombardi, uno che in campo non mollava mai, in quel lontano 30 novembre del 2007 chiese il cambio ed uscì per sempre dal quel rettangolo verde.

Arrivò ad Avellino nell’ottobre del 1975, in B. Regista d’altri tempi, piedi buoni e lancio millimetrico. Oltre ad un carattere forte. Con la fascia al braccio conduce i lupi d’Irpinia alla prima storica promozione in serie A, 1977/78, risultando decisivo anche grazie alle sue 9 realizzazioni in campionato (capocannoniere della squadra). Classe 1945, esordisce in massima serie a 33 anni, dopo che l’arbitro Mattei gli aveva fatto saltare la gara d’esordio contro il Milan perché sprovvisto del documento d’identità. Lascia Avellino al termine della stagione 1978/79, ma l’Irpinia diventa la sua terra d’adozione.

Una volta diventato allenatore torna alla guida dei lupi in tre diverse occasioni: 1989/90, quando conduce la squadra alla salvezza dopo averla presa dalle mani di Sonetti, 1992/93, 6° posto in serie C1, e 1997/98, subentrato a Morinini si dimette a tre giornate dalla fine. Nel 2001 la malattia inizia a manifestarsi portandolo alla morte nel 2007. Nemmeno la SLA, però, che giorno dopo giorno gli ha divorato i muscoli gli ha scalfito il coraggio e l’orgoglio, nonostante stesse giocando una partita già persa.

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